Origin
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La Pedrera è costruita a forma di simbolo dell’infinito: una curva che s’incrocia al centro creando due occhielli cavi che bucano l’edificio. Ciascuno di questi pozzi di luce è profondo quasi trenta metri e deformato come un tubo un po’ schiacciato. Visti dall’alto, sembravano due enormi scarichi del lavandino scavati nell’edificio.
Dal punto in cui si trovava Langdon, alla base del pozzo di luce più piccolo, la sensazione che si provava guardando in alto era decisamente inquietante, come essere dentro la gola di una bestia gigantesca.
Ai piedi di Langdon, il pavimento in pietra era inclinato e irregolare. Una scala saliva a spirale all’interno del condotto, e la sua ringhiera in ferro battuto lavorato imitava le cavità diseguali di una spugna marina. Una piccola giungla di piante rampicanti e palme nane dall’andamento cascante traboccava dalla ringhiera quasi a voler invadere l’intero spazio.
“Architettura vivente” rifletté Langdon, meravigliandosi per l’abilità di Gaudí di pervadere la propria opera di elementi quasi organici.
Langdon riportò lo sguardo in alto, risalendo le pareti della “gola”, scalando le superfici curve, dove un mosaico di piastrelle marroni e verdi si alternava ad affreschi dai colori smorzati di piante e fiori che sembravano crescere verso la macchia oblunga del cielo notturno in cima al pozzo aperto.
«Gli ascensori sono da questa parte» gli sussurrò Ambra precedendolo nel patio. «L’appartamento di Edmond è all’ultimo piano.»
Mentre entravano nell’ascensore piccolo e scomodo, Langdon visualizzò il sottotetto della Pedrera, che aveva visitato una volta per vedere la piccola mostra dedicata a Gaudí che vi era ospitata. Ricordava che era formato da una serie sinuosa di ambienti con pochissime finestre.
«Edmond poteva vivere ovunque» disse Langdon quando l’ascensore cominciò a salire. «Non riesco a credere che abbia affittato un sottotetto.»
«È un appartamento strano» convenne Ambra. «Ma, come ben sai, Edmond era un eccentrico.»
Arrivati all’ultimo piano, uscirono dall’ascensore in un elegante corridoio, poi salirono una scala a chiocciola che li portò a un pianerottolo privato in cima all’edificio.
«È qui» disse Ambra avvicinandosi a una lucida porta metallica senza maniglia né serratura. Quel portale futuristico sembrava del tutto fuori luogo nella Pedrera ed era evidente che era stato aggiunto da Edmond.
«Hai detto di sapere dove nascondeva la chiave?» chiese Langdon.
Ambra sollevò il cellulare di Edmond. «Nello stesso posto dove lui, a quanto pare, nascondeva tutto.»
Premette il telefono contro la porta metallica, che emise tre bip, poi Langdon udì una serie di cilindri che scorrevano. Ambra aprì la porta spingendola.
«Dopo di te» disse lei con un gesto plateale.
Langdon oltrepassò la soglia ed entrò in un’anticamera immersa nella penombra, con le pareti e il soffitto di mattoni chiari. Il pavimento era di pietra, e l’aria sembrava rarefatta.
Spostandosi dall’ingresso in un open space, Langdon si ritrovò faccia a faccia con un enorme dipinto, appeso sulla parete di fondo, magistralmente illuminato da faretti professionali, come quelli usati nei musei.
Quando vide l’opera, Langdon si bloccò di colpo. «Mio Dio, è… originale?»
Ambra sorrise. «Sì, volevo accennartene sull’aereo, ma poi ho pensato di farti una sorpresa.»
Rimasto senza parole, Langdon si avvicinò al capolavoro. Era lungo più di tre metri e settanta e alto quasi un metro e mezzo… più grande di quanto si ricordasse dalla volta in cui lo aveva ammirato al Museum of Fine Arts di Boston. “Avevo sentito dire che era stato venduto a un anonimo collezionista, ma non avevo idea che si trattasse di Edmond!” pensò.
«La prima volta che l’ho visto qui» disse Ambra «non riuscivo a credere che a Edmond piacesse questo genere di arte. Ma ora che so a cosa stava lavorando quest’anno il quadro sembra proprio adatto.»
Langdon annuì, incredulo.
Quel celebre capolavoro era una delle opere più distintive del pittore francese postimpressionista Paul Gauguin, un artista innovatore che aveva incarnato il movimento simbolista di fine Ottocento e contribuito ad aprire la strada all’arte moderna.
Avvicinandosi al quadro, Langdon rimase subito colpito da come i colori di Gauguin fossero simili a quelli dell’ingresso della Pedrera – un misto di verdi, marroni e azzurri organici –, usati per rappresentare una scena molto naturalistica.
Malgrado l’insieme affascinante di persone e animali che compariva nel dipinto di Gauguin, Langdon spostò immediatamente lo sguardo verso l’angolo in alto a sinistra, su una macchia di un giallo brillante in cui era scritto il titolo dell’opera.
Langdon lesse le parole, ancora incredulo: D’où Venons Nous / Que Sommes Nous / Où Allons Nous.
Conosceva abbastanza il francese da decifrarlo immediatamente. Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?
Si chiese se trovarsi davanti quelle domande tutti i giorni avesse in qualche modo contribuito a ispirare Edmond.
Ambra si avvicinò a Langdon. «Edmond diceva che voleva essere stimolato da queste domande ogni volta che entrava in casa.»
“Difficile non notarle” pensò Langdon.
Vedendo come Edmond aveva messo in evidenza il capolavoro, a Langdon venne da chiedersi se forse il quadro stesso non contenesse qualche indizio sulle sue scoperte. A una prima occhiata, il soggetto del dipinto sembrava troppo primitivo per alludere a una scoperta scientifica innovativa. Le larghe pennellate irregolari ricreavano una giungla tahitiana abitata da persone e animali nativi.
Langdon conosceva bene il quadro e rammentò che Gauguin voleva che la sua opera venisse “letta” da destra a sinistra, nella direzione contraria a quella dei testi scritti in francese. Quindi Langdon esaminò velocemente in quell’ordine le figure familiari.
All’estrema destra, un neonato che dormiva su un masso rappresentava l’inizio della vita. Da dove veniamo?
Al centro, una serie di persone di età diversa era impegnata in attività quotidiane. Che siamo?
E, sulla sinistra, un’anziana donna decrepita sedeva da sola, immersa nei suoi pensieri, e pareva riflettere sulla propria mortalità. Dove andiamo?
Langdon si sorprese di non avere pensato subito a quel quadro quando Edmond gli aveva illustrato per la prima volta l’ambito della sua scoperta. “Qual è la nostra origine? Qual è il nostro destino?”
Langdon osservò gli altri elementi del quadro: cani, gatti e uccelli, che non sembravano fare niente di particolare, la statua di una dea primitiva sullo sfondo, una montagna, radici intricate e alberi. E, naturalmente, il famoso “strano uccello bianco” di Gauguin, posato accanto alla donna anziana e che, secondo l’artista, rappresentava “la futilità delle parole”.
“Futili o no” pensò Langdon “le parole sono il motivo per cui siamo venuti qui. Preferibilmente della lunghezza di quarantasette caratteri.”
Per un attimo si chiese se l’insolito titolo del quadro potesse essere direttamente collegato alla password di quarantasette lettere che stavano cercando, ma un conteggio veloce sia in francese sia in inglese non diede il risultato corretto.
«Okay, stiamo cercando il verso di una poesia» disse Langdon, ottimista.
«La biblioteca di Edmond è da questa parte.» Ambra gli indicò, alla sua sinistra, un ampio corridoio. Langdon vide che era arredato con mobili eleganti su cui erano disseminati diversi manufatti e oggetti di Gaudí.
“Edmond viveva in un museo?” Non riusciva ancora ad accettare quell’idea. Il sottotetto della Pedrera non era esattamente il posto più accogliente che lui avesse mai visto. Costruito interamente in pietra e mattoni, era essenzialmente un tunnel ininterrotto di nervature: un anello costituito da duecentosettanta archi parabolici di varie altezze, posti a nemmeno un metro di distanza. C’erano pochissime finestre e l’aria sembrava secca e sterile, chiaramente trattata per proteggere gli oggetti d’arte di Gaudí.
«Ti raggiungo tra un attimo» disse Langdon. «Prima devo trovare il bagno di Edmond.»
Ambra, imbarazzata, lanciò uno sguardo verso l’ingresso. «Edmond mi chiedeva di usare quello al pianterreno… È sempre stato misteriosamente riservato quando si trattava del suo bagno personale.»
«È l’appartamento di uno scapolo… il bagno sarà in disordine, e probabilmente se ne vergognava.»
Ambra sorrise. «Be’, sarà per quello.» Indicò nella direzione opposta alla biblioteca, giù per un tunnel molto buio.
«Grazie. Torno subito.»
Ambra si diresse verso lo studio di Edmond, invece Langdon andò nella direzione opposta avviandosi lungo il corridoio stretto: un tunnel impressionante di archi di mattone che gli facevano venire in mente una grotta sotterranea o una catacomba medievale. Mentre avanzava lungo il tunnel di pietra, file di luci soffuse sensibili al movimento, posizionate alla base di ogni arco parabolico, si accendevano in modo spettrale illuminandogli la via.
Passò davanti a un elegante angolo per la lettura, a una piccola palestra e persino a una dispensa, tutti disseminati di tavoli che mettevano in mostra disegni, schizzi architettonici e modelli in 3-D dei progetti di Gaudí.
Arrivato però accanto a una bacheca illuminata con esposti alcuni reperti organici, Langdon si fermò di colpo, sorpreso da ciò che conteneva: il fossile di un pesce preistorico, l’elegante conchiglia di un nautilo e lo scheletro sinuoso di un serpente. Per un attimo immaginò che doveva essere stato lo stesso Edmond ad allestire quell’esposizione scientifica, magari per via dei suoi studi sulle origini della vita. Poi scorse un’annotazione sul vetro e capì che quei reperti erano appartenuti a Gaudí e riecheggiavano diverse caratteristiche architettoniche dell’edificio: le scaglie del pesce erano i motivi delle piastrelle alle pareti, il nautilo era la rampa a spirale del garage e lo scheletro del serpente, con le sue centinaia di coste ravvicinate, rappresentava quello stesso corridoio.
A commentare i reperti esposti c’erano le umili parole dell’architetto:
Niente s’inventa, perché è già scritto nella natura.L’originalità consiste nel tornare alle origini.ANTONI GAUDÍLangdon rivolse lo sguardo al corridoio sinuoso con le nervature e di nuovo ebbe la sensazione di trovarsi all’interno di una creatura viva.
“Una casa perfetta per Edmond” decise. “L’arte che si ispira alla scienza.”
Mentre seguiva la prima curva del tunnel serpeggiante, lo spazio si allargò e le luci attivate dal movimento s’illuminarono. Il suo sguardo fu attirato subito da un’altra grande bacheca di vetro al centro del corridoio.
“Un modello catenario” pensò. Lo avevano sempre meravigliato quegli ingegnosi prototipi di Gaudí. “Catenaria” era un termine scientifico che indicava la curva assunta da una fune appesa a due punti fissi… come un’amaca o il cordone rosso sospeso tra due sostegni a teatro.
Nel modello catenario che Langdon aveva davanti a sé, decine di catene sospese al coperchio della bacheca formavano lunghe U morbide, i cui segmenti scendevano per poi risalire. Poiché la tensione generata dal peso è l’inverso della compressione che si scarica sugli estremi se si capovolge la catenaria, Gaudí poté studiare la forma esatta assunta da una catena sospesa alle estremità e soggetta in modo naturale al proprio peso, riuscendo a riprodurne la forma per risolvere le sfide architettoniche della compressione gravitazionale.
“Però serve uno specchio” rifletté Langdon avvicinandosi alla bacheca. E infatti, come aveva previsto, il fondo della bacheca era uno specchio; guardando il riflesso in basso, vide un effetto magico: l’intero modello si capovolse… e le curve pendenti diventarono guglie svettanti.
Si accorse di trovarsi davanti a una veduta aerea capovolta della basilica della Sagrada Família, le cui guglie leggermente arcuate erano state forse progettate usando proprio quel modello catenario.
Proseguendo lungo il corridoio, Langdon si ritrovò in un’elegante zona notte con un antico letto a baldacchino, un armadio di legno di ciliegio e un comò intarsiato. Le pareti erano decorate con schizzi progettuali di Gaudí che, si rese conto Langdon, facevano sempre parte degli oggetti esposti nel museo.
L’unica opera d’arte della stanza che sembrava essere stata aggiunta da Edmond era una grande citazione in carattere calligrafico appesa sopra il letto. Langdon lesse le prime tre parole e riconobbe immediatamente la fonte.
Dio è morto. Dio rimane morto. E lo abbiamo ucciso noi.Come potremo consolarci noi, assassini di tutti gli assassini?NIETZSCHE“Dio è morto” erano le tre parole più famose scritte da Friedrich Nietzsche, il celebre filosofo ateista tedesco dell’Ottocento. Nietzsche era noto per la sua aspra critica della religione, ma anche per le riflessioni sulla scienza – specialmente sull’evoluzionismo darwiniano –, che secondo lui aveva portato l’umanità sull’orlo del nichilismo, la consapevolezza cioè che la vita non aveva significato né scopi superiori, e non offriva una prova diretta dell’esistenza di Dio.
Vedendo la citazione sopra il letto, Langdon si chiese se forse Edmond, malgrado tutte le sue invettive contro la religione, non fosse in conflitto con il proprio ruolo di paladino che si batteva per liberare il mondo da Dio.
La citazione di Nietzsche, come ricordava Langdon, si concludeva con le parole: “Non è forse la grandezza di questa impresa troppo grande per noi? Non dovremo forse diventare noi stessi dèi per esserne degni?”.
Quell’idea audace – che l’uomo debba diventare Dio per uccidere Dio – era al centro del pensiero di Nietzsche e forse, si rese conto Langdon, spiegava in parte il complesso di Dio di cui soffrivano tanti geni pionieristici della tecnologia come Edmond. “Chi cancella Dio… deve essere un dio.”
Mentre Langdon rifletteva su quel concetto, fu colpito da un’altra illuminazione.
“Nietzsche non era solo un filosofo… era anche un poeta!”
Lui stesso possedeva una raccolta di duecentosettantacinque poesie e aforismi di Nietzsche, che proponevano pensieri su Dio, sulla morte e sulla mente umana.
Langdon contò in fretta le lettere della citazione incorniciata. Non coincidevano, però non perse le speranze. “Potrebbe essere Nietzsche il poeta che ha scritto il verso che stiamo cercando? Se è così, troveremo un libro di poesie sue nello studio di Edmond.” In ogni caso avrebbe chiesto a Winston di accedere a una raccolta online delle poesie di Nietzsche e di esaminarle tutte alla ricerca di un verso di quarantasette caratteri.
Impaziente di tornare da Ambra per riferirle quell’idea, si affrettò ad attraversare la camera da letto per andare nel bagno che si intravedeva da lì.
Quando entrò, si accesero le luci che rivelarono un locale arredato con eleganza, con un lavandino a piedistallo, un box doccia e un water.
Lo sguardo di Langdon fu attirato immediatamente da un basso tavolinetto antico ingombro di articoli da toeletta e oggetti personali. Non appena li vide, trattenne il fiato e arretrò di un passo.
“Oddio, Edmond… no.”
Il tavolino che aveva davanti sembrava un laboratorio clandestino di droghe: siringhe usate, boccette di pillole, capsule sfuse e persino uno straccio macchiato di sangue.
Langdon si sentì morire.
“Edmond faceva uso di droghe?”
Sapeva che la dipendenza da sostanze chimiche, purtroppo, era diventata molto comune negli ultimi tempi, persino tra le persone ricche e famose. L’eroina costava meno della birra, ormai, e la gente buttava giù antidolorifici oppiacei come se fossero ibuprofene.
“La dipendenza da farmaci spiegherebbe senz’altro il fatto che di recente era dimagrito” pensò Langdon, chiedendosi se magari Edmond non avesse finto di essere “diventato vegano” nel tentativo di giustificare la sua magrezza e gli occhi incavati.
Si avvicinò al tavolino e prese in mano una boccetta per leggere l’etichetta della prescrizione, aspettandosi di trovare uno degli oppiacei più comuni come l’OxyContin o il Percocet.
Invece lesse: “Docetaxel”.
Perplesso, prese un’altra boccetta: “Gemcitabina”.
“Che cosa sono?” si domandò, controllandone una terza: “Fluorouracile”.
Langdon si irrigidì. Aveva sentito parlare del Fluorouracile da un collega di Harvard e provò un’improvvisa ondata di terrore. Un attimo dopo scorse un opuscolo tra le boccette. Il titolo era: Il veganismo rallenta il cancro al pancreas?
Langdon rimase a bocca aperta intuendo la verità.
Edmond non era un tossicodipendente.
Stava combattendo in segreto contro un cancro mortale.
OceanofPDF