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Origin

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Simile a una montagna appena sgrossata, si erge all’angolo tra Carrer de Provença e Passeig de Gràcia il capolavoro di Gaudí noto come la Pedrera, un condominio di appartamenti che è anche un’opera d’arte senza tempo.

Concepito da Gaudí come una curva perpetua, l’edificio è immediatamente riconoscibile dalla facciata di arenaria ondulata. I balconi sinuosi e le geometrie irregolari danno alla costruzione un aspetto organico, come se millenni di venti sferzanti avessero scavato cavità e curve simili a quelle di un canyon del deserto.

Anche se all’inizio la sconcertante creazione modernista di Gaudí non venne accolta bene dagli abitanti del quartiere, la Pedrera fu lodata dai critici d’arte di tutto il mondo e diventò ben presto uno dei gioielli architettonici più rinomati di Barcellona. Per tre decenni Pere Milà, l’imprenditore che aveva commissionato l’edificio, abitò con la moglie nel vasto appartamento principale, affittando i restanti venti. Ancora oggi Casa Milà – al numero 92 di Passeig de Gràcia – è considerata uno degli indirizzi più esclusivi e ambiti di tutta la Spagna.

Mentre guidava la Tesla di Kirsch nel traffico scorrevole dell’elegante viale alberato, Langdon capì di essere ormai vicino alla meta. Passeig de Gràcia è la versione barcellonese degli Champs-Élysées parigini: un viale ampio e maestoso, con un arredo urbano impeccabile e file di boutique di marca.

Chanel… Gucci… Cartier… Longchamp…

Alla fine Langdon la vide, duecento metri più avanti.

Soffusamente illuminati dal basso, l’arenaria chiara e porosa e i balconi oblunghi della Pedrera la rendevano subito distinguibile dai vicini edifici rettilinei, come se un bel corallo dell’oceano fosse stato trascinato a riva su una spiaggia di blocchi di calcestruzzo.

«Come temevo» disse Ambra indicando con ansia un punto di fronte a sé. «Guarda.»

Langdon abbassò lo sguardo sull’ampio marciapiede davanti alla Pedrera. Dovevano esserci almeno cinque o sei furgoni delle stazioni televisive parcheggiati davanti alla casa, e una ressa di reporter stava dando aggiornamenti in diretta usando come sfondo la residenza di Kirsch. Diversi agenti della sicurezza erano schierati per tenere la folla lontano dall’ingresso. Sembrava proprio che la morte di Edmond Kirsch avesse trasformato in notizia da prima pagina ogni informazione che lo riguardava.

Langdon esaminò Passeig de Gràcia alla ricerca di un posto dove fermarsi, ma non ne vide, e le auto dietro lo incalzavano. «Abbassati» esortò Ambra, rendendosi conto di non avere altra scelta che proseguire oltre l’angolo dove era assiepata la stampa.

Ambra scivolò giù dal sedile, accovacciandosi sul fondo dell’auto, completamente nascosta alla visuale. Langdon voltò la faccia dall’altra parte mentre oltrepassavano l’angolo affollato.

«A quanto pare hanno circondato l’ingresso principale» disse Langdon. «Non riusciremo mai a entrare.»

«Giri a destra» intervenne Winston in tono allegro e sicuro. «Immaginavo che sarebbe successo.»

Il blogger Héctor Marcano alzò lo sguardo triste verso l’ultimo piano della Pedrera, non riuscendo ancora ad accettare l’idea che Edmond Kirsch se ne fosse davvero andato.

Da tre anni Héctor scriveva articoli di argomento tecnologico per Barcinno, una popolare piattaforma collaborativa per gli imprenditori e le start-up innovative di Barcellona. Sapere che il grande Edmond Kirsch abitava lì era come lavorare ai piedi di Zeus in persona.

Héctor lo aveva conosciuto più di un anno prima, quando il leggendario futurologo aveva cortesemente acconsentito a tenere un discorso all’evento mensile di punta di Barcinno – FuckUp Night –, un seminario in cui un imprenditore di grande successo parlava in pubblico dei suoi maggiori fallimenti. Kirsch aveva ammesso davanti a tutti, un po’ imbarazzato, di aver speso più di quattrocento milioni di dollari nel giro di sei mesi per inseguire il sogno di costruire quello che aveva chiamato “E-Wave”: un computer quantico con velocità di elaborazione così alte che avrebbero favorito progressi senza precedenti in tutte le scienze, specialmente nella modellazione di sistemi complessi.

“Temo” aveva ammesso Edmond “che finora il mio salto quantico nell’informatica quantica sia quanticamente fallito.”

Quella sera, quando aveva sentito che Kirsch aveva intenzione di annunciare una scoperta clamorosa, Héctor si era entusiasmato all’idea che potesse essere collegata a E-Wave. “Avrà trovato la chiave per farlo funzionare?” Ma, dopo il preambolo filosofico di Kirsch, Héctor si era reso conto che la scoperta era di tutt’altra natura.

“Chissà se sapremo mai di cosa si trattava” aveva pensato, con il cuore così gonfio che d’impulso era andato sotto la casa di Kirsch non per il blog ma per rendergli omaggio.

«E-Wave!» gridò qualcuno vicino a lui. «E-Wave!»

Tutto intorno a Héctor la folla radunata cominciò a indicare, puntando le fotocamere, l’elegante Tesla nera che si infilava lentamente nello slargo e si avvicinava piano alla gente abbagliandola con i fari alogeni.

Héctor rimase a fissare con stupore il veicolo familiare.

La Tesla Model X di Kirsch, con la sua targa E-WAVE, era famosa a Barcellona quanto la papamobile a Roma. Kirsch si metteva spesso in mostra parcheggiando in doppia fila in Carrer de Provença davanti alla gioielleria DANiEL ViOR, poi scendeva a firmare autografi e faceva andare in visibilio la folla lasciando che la funzione di autoparcheggio della Tesla guidasse l’auto senza conducente su un itinerario preimpostato, lungo la via e attraverso il marciapiede – i sensori rilevavano pedoni e ostacoli –, fino al cancello del garage, che si apriva, e infine giù piano per la rampa a spirale verso il box privato sotto la Pedrera.

L’autoparcheggio era una funzione di serie su tutte le Tesla – permetteva di aprire con facilità le porte dei box, entrare e spegnere il motore –, ma Edmond era orgoglioso di avere modificato abusivamente il sistema operativo della sua auto per farle percorrere il tragitto più complesso.

“Fa tutto parte dello spettacolo.”

Quella notte lo spettacolo era decisamente ancora più strano. Kirsch era morto, eppure la sua auto era appena comparsa avanzando piano su per Carrer de Provença. Proseguì poi attraversando il marciapiede e si allineò all’elegante cancello del garage avvicinandosi a passo d’uomo mentre i pedoni lasciavano libero il passaggio.

Reporter e cameraman corsero verso la Tesla, sbirciarono attraverso i vetri oscurati e lanciarono esclamazioni di sorpresa.

«Ma è vuota! Non c’è nessuno alla guida! Da dove è arrivata?»

A quanto pareva gli agenti di sicurezza della Pedrera avevano già assistito a quel trucchetto e tennero la gente lontano dalla Tesla e dal cancello del garage che si apriva.

A Héctor la vista dell’auto vuota di Edmond che avanzava lenta verso il garage fece venire in mente l’immagine di un cane abbandonato che torna a casa dopo avere perso il padrone.

Come un fantasma, la Tesla varcò silenziosamente il cancello del garage, e la folla eruppe in un applauso commosso vedendo l’amata auto di Edmond che, come aveva fatto molte volte in passato, cominciava a scendere lungo la rampa a spirale nel primissimo parcheggio sotterraneo di Barcellona.

«Non sapevo che tu soffrissi così tanto di claustrofobia» sussurrò Ambra a Langdon, sdraiata accanto a lui sul fondo della Tesla. Erano rannicchiati nello spazio angusto tra la seconda e la terza fila di sedili, nascosti sotto un telo copriauto di PVC nero che Ambra aveva preso dal bagagliaio dell’auto, invisibili da fuori grazie ai vetri oscurati.

«Sopravvivrò» riuscì a dire Langdon con voce tremante, più nervoso per la guida automatica dell’auto che per la sua fobia. Sentiva che la Tesla curvava scendendo per una ripida rampa a spirale e temeva che si schiantasse da un momento all’altro.

Due minuti prima, mentre erano parcheggiati in doppia fila in Carrer de Provença davanti alla gioielleria DANiEL ViOR, Winston aveva dato loro istruzioni chiarissime.

Ambra e Langdon, senza scendere dall’auto, avevano scavalcato i sedili fino alla terza fila di posti della Model X poi Ambra, digitando un’icona sul cellulare, aveva attivato la funzione modificata di autoparcheggio della Tesla.

Al buio, sotto il telone, Langdon aveva sentito che l’auto si guidava da sola lentamente lungo la via. Premuto contro il corpo di Ambra in quello spazio angusto, non aveva potuto fare a meno di ricordare la sua prima esperienza di adolescente con una bella ragazza sul sedile posteriore di una macchina. “Ero più nervoso di adesso” aveva pensato, e gli era parso assurdo visto che ora era sdraiato su un’auto senza conducente, incollato alla futura regina di Spagna.

Langdon avvertì che l’auto si riallineava in fondo alla rampa, faceva qualche svolta lenta, poi si fermava senza scosse.

«Siete arrivati» disse Winston.

Subito Ambra scostò il telo e si mise a sedere con circospezione, sbirciando fuori dal finestrino. «Via libera» disse uscendo a fatica dall’auto.

Langdon scese dopo di lei, sollevato di trovarsi nello spazio ampio del garage.

«Gli ascensori sono nell’ingresso principale» disse Ambra indicando la rampa a spirale.

Ma in quel momento lo sguardo di Langdon fu attirato da un particolare completamente inaspettato. Lì, in quel garage sotterraneo, sulla parete di cemento proprio di fronte al posteggio di Edmond, era appeso il dipinto di un paesaggio marino in un’elegante cornice. «Ambra?» disse. «Edmond ha abbellito il suo posto auto con un quadro?»

Lei annuì. «Gli ho fatto anch’io la stessa domanda. Mi ha risposto che era il suo modo per essere accolto a casa ogni sera da una bellezza raggiante.»

Langdon ridacchiò. “Scapoloni.”

«L’artista è un uomo che Edmond stimava molto» spiegò Winston, la cui voce si era trasferita di nuovo, automaticamente, sul cellulare di Kirsch che Ambra teneva in mano. «Lo riconoscete?»

Langdon non lo riconobbe. Il quadro non sembrava molto diverso dai tanti acquerelli di paesaggi marini ben realizzati… niente a che vedere con i soliti gusti all’avanguardia di Edmond.

«È di Churchill» disse Ambra. «Edmond lo citava continuamente.»

“Churchill.” Langdon ci mise un attimo a capire che si stava riferendo niente meno che a Winston Churchill in persona, il famoso statista britannico che, oltre a essere un eroe militare, uno storico e uno scrittore da Premio Nobel, era anche un artista di notevole talento. Langdon si ricordò che una volta Edmond aveva citato il primo ministro britannico rispondendo al commento di qualcuno a proposito dell’odio che Edmond stesso attirava su di sé da parte dei religiosi: “Hai dei nemici? Bene. Significa che ti sei schierato per qualcosa!”.

«La cosa che più colpiva Edmond era la varietà dei talenti di Churchill» disse Winston. «Raramente gli esseri umani manifestano competenze in uno spettro così ampio di attività.»

«Ed è per questo che ti ha chiamato “Winston”?»

«Sì» rispose il computer. «Un grande onore per me.»

“Per fortuna che gliel’ho chiesto” pensò Langdon, perché aveva immaginato che il nome di Winston alludesse a Watson, il computer dell’IBM che aveva dominato il quiz televisivo “Jeopardy!” un decennio prima. Senza dubbio ora Watson era considerato, nella scala evolutiva dell’intelligenza artificiale, un batterio unicellulare primordiale.

«Okay, allora» disse Langdon avviandosi verso gli ascensori. «Andiamo di sopra e cerchiamo di scoprire quello per cui siamo venuti.»

In quel preciso istante, nella cattedrale dell’Almudena di Madrid, il comandante Diego Garza stringeva il telefono e ascoltava incredulo la responsabile delle relazioni pubbliche, Mónica Martín, che gli comunicava gli ultimi aggiornamenti.

“Valdespino e il principe Julián hanno abbandonato la protezione del Palazzo?”

Garza non riusciva a immaginare che cosa avessero in mente.

“Stanno viaggiando in macchina intorno a Madrid sull’auto di un chierico? Ma è una follia!”

«Possiamo contattare le autorità dei trasporti» suggerì Martín. «Suresh crede che possano usare le webcam del traffico per aiutarci a localizzare…»

«No!» esclamò Garza. «È troppo pericoloso comunicare a chiunque che il principe è uscito dal Palazzo senza scorta! La nostra priorità è la sua sicurezza.»

«Capito, signore» disse Martín, e il suo tono sembrò d’un tratto imbarazzato. «C’è un’altra cosa che lei dovrebbe sapere. A proposito di una telefonata cancellata dai tabulati.»

«Resta in linea» disse Garza, distratto dall’arrivo di quattro uomini della Guardia Real che, con suo grande stupore, gli si avvicinarono a passo deciso e lo circondarono.

Prima che Garza potesse reagire, le sue guardie gli avevano sequestrato con destrezza l’arma che portava al fianco e il cellulare.

«Comandante Garza» disse la guardia in capo, con espressione impassibile. «Ho ricevuto l’ordine di arrestarla.»

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