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Il comandante Diego Garza attraversò a passo deciso Plaza de la Armería, alla testa di quattro uomini armati della Guardia Real, tenendo lo sguardo fisso davanti a sé e ignorando i giornalisti arrampicati alle cancellate che gli puntavano addosso le telecamere tra le sbarre e chiedevano a gran voce un commento.

“Se non altro vedranno che qualcosa si sta muovendo.”

Quando Garza e la sua squadra arrivarono alla cattedrale, trovarono l’ingresso principale chiuso a chiave, com’era normale a quell’ora. Lui cominciò a battere sulla porta con il calcio della pistola.

Nessuna risposta.

Continuò a bussare.

Alla fine si sentì girare la chiave nella serratura e la porta si spalancò. Garza si ritrovò faccia a faccia con una donna delle pulizie che, comprensibilmente, si spaventò nel vedere quel piccolo esercito.

«Dov’è il vescovo Valdespino?» chiese Garza.

«Io… io non lo so» rispose la donna.

«So che è qui» dichiarò Garza. «E con lui c’è anche il principe Julián. Non li ha visti?»

La donna scosse la testa. «Sono appena arrivata. Io faccio le pulizie al sabato sera, dopo che…»

Garza la spinse di lato e ordinò ai suoi uomini di sparpagliarsi per la cattedrale buia. «Chiuda la porta» gridò poi alla donna. «E stia fuori dai piedi.»

Con quelle parole, armò il cane della pistola e si diresse verso l’ufficio di Valdespino.

Sull’altro lato della piazza, nella sala operativa al piano interrato del Palazzo reale, Mónica Martín stava fumando un’agognata sigaretta davanti al distributore dell’acqua. Grazie al movimento progressista e “politicamente corretto” che stava dilagando in Spagna, il fumo era stato bandito dagli uffici ma, con il diluvio di presunti crimini imputati al Palazzo quella sera, Martín pensava che un po’ di fumo passivo fosse un’infrazione tollerabile.

Tutt’e cinque le stazioni televisive su cui erano sintonizzati i monitor davanti a lei trasmettevano servizi in diretta sull’omicidio di Edmond Kirsch, riproponendo in continuazione il momento del brutale assassinio. Ovviamente, ogni ritrasmissione era preceduta dal solito avvertimento.

ATTENZIONE: il prossimo filmato contiene immagini forti che potrebbero non essere adatte a tutti gli spettatori.“Spudorati” pensò Martín, sapendo che quegli avvisi non erano una rispettosa precauzione della rete televisiva ma, anzi, un’abile trovata pubblicitaria per fare in modo che nessuno cambiasse canale.

Martín tirò un’altra boccata dalla sigaretta, passando in rassegna i vari canali, la maggior parte dei quali stava cavalcando le dilaganti teorie del complotto, utilizzandole nei titoli delle “Ultime notizie” e nelle scritte a scorrimento orizzontale.

Futurologo ucciso dalla Chiesa?Scoperta scientifica perduta per sempre?Assassino assoldato dalla famiglia reale?“Dovreste diffondere notizie” pensò, sbuffando “non voci incontrollate e pericolose travestite da domande.”

Martín aveva sempre creduto nell’importanza del giornalismo responsabile come fondamento di libertà e democrazia, per cui restava quotidianamente delusa dai cronisti che alimentavano polemiche dando voce a idee che erano manifestamente assurde, e riuscivano a evitare le ripercussioni legali trasformando ogni ridicola affermazione in una domanda tendenziosa.

Era una pratica adottata persino dai più rispettati canali scientifici, che chiedevano ai loro spettatori: “È possibile che questo tempio del Perù sia stato costruito dagli alieni?”.

“No!” avrebbe voluto urlare Martín al televisore. “Non è possibile! Smettetela di fare queste domande stupide!”

Su uno schermo televisivo, vide che la CNN stava facendo del proprio meglio per mantenere un atteggiamento rispettoso.

Ricordiamo Edmond KirschProfeta. Visionario. Creatore.Martín afferrò il telecomando e alzò il volume.

«… un uomo che amava l’arte, la tecnologia e l’innovazione» stava dicendo il conduttore con espressione triste. «Un uomo diventato famoso per l’abilità quasi mistica di prevedere il futuro. Secondo i suoi colleghi, tutti i pronostici fatti da Edmond Kirsch nel campo delle scienze informatiche si sono avverati.»

«Proprio così, David» interloquì la sua collega. «Vorrei potessimo dire lo stesso per i suoi pronostici in ambito personale.»

Seguì un filmato d’archivio in cui un Edmond Kirsch vigoroso e abbronzato teneva una conferenza stampa sul marciapiede davanti al numero 30 del Rockefeller Center di New York. “Oggi compio trent’anni” diceva Edmond “e la mia aspettativa di vita è solo di sessantotto. Ma con i futuri progressi della medicina, delle tecniche di longevità, e della rigenerazione dei telomeri, prevedo che arriverò a celebrare il mio centodecimo compleanno. Ne sono così convinto che ho appena prenotato la Rainbow Room per la festa del mio centodecimo compleanno.” Kirsch sorrideva, alzando lo sguardo verso la cima dell’edificio. “Ho appena saldato il conto per intero, con un anticipo di ottant’anni… tenendo conto anche dell’inflazione.”

Tornò la conduttrice che osservò con un sospiro triste: «Come dice il proverbio: “L’uomo fa progetti, Dio ride”».

«Com’è vero» commentò il conduttore. «E, oltre al mistero che circonda la morte di Kirsch, crescono le congetture sulla natura della sua scoperta.» L’uomo guardò dritto verso la telecamera. «Da dove veniamo? Dove andiamo? Due domande affascinanti.»

«E per rispondere a queste domande» proseguì la conduttrice in tono garrulo «ci hanno raggiunto due esperte: un ministro episcopale del Vermont e una biologa evoluzionista dell’università della California. Torneremo subito dopo questa breve pausa per sentire le loro opinioni.»

Martín conosceva già le loro opinioni: diametralmente opposte, altrimenti non sarebbero state lì, in trasmissione. Senza dubbio il ministro avrebbe detto qualcosa tipo “Veniamo da Dio e torneremo a Dio”, invece la biologa avrebbe risposto “Discendiamo dalle scimmie e siamo destinati a estinguerci”.

“Non dimostreranno nulla, se non che gli spettatori sono disposti a guardare qualunque cosa purché sia sufficientemente reclamizzata” rifletté Martín.

«Mónica!» gridò Suresh.

Martín si voltò e vide il direttore della sicurezza elettronica svoltare l’angolo praticamente di corsa.

«Cosa c’è?» chiese lei.

«Mi ha appena chiamato il vescovo Valdespino» rispose lui, senza fiato.

Lei azzerò il volume del televisore. «Il vescovo ha chiamato… te? Ti ha detto cosa diavolo sta facendo?»

Suresh scosse la testa. «Non gliel’ho chiesto e lui non me l’ha detto. Ha chiamato per sapere se potevo controllare qualcosa sui nostri server telefonici.»

«Non capisco.»

«Sai che secondo i comunicati di ConspiracyNet qualcuno dall’interno di questo posto ha fatto una telefonata al Guggenheim prima dell’evento di stasera, per domandare ad Ambra Vidal di aggiungere il nome di Ávila all’elenco degli invitati?»

«Certo. Ti ho chiesto di indagare.»

«Be’, Valdespino mi ha fatto la tua stessa richiesta. Mi ha chiesto di accedere al centralino del Palazzo per trovare traccia di quella telefonata, e vedere se riuscivo a stabilire da dove era partita esattamente, nella speranza di capire chi potesse averla fatta.»

Martín era sconcertata. Aveva sempre pensato che fosse proprio Valdespino il principale sospettato.

«Secondo il Guggenheim» proseguì Suresh «il loro front desk ha ricevuto una telefonata dal numero del Palazzo reale poco prima dell’inizio dell’evento. Risulta dai loro tabulati. Ma qui sta il problema. Ho controllato i tabulati telefonici del nostro centralino per vedere le chiamate in uscita alla stessa ora.» Scosse la testa. «Niente. Neppure una. Qualcuno ha cancellato le tracce della telefonata dal Palazzo al Guggenheim.»

Martín fissò il collega per qualche istante. «Chi ha la possibilità di farlo?»

«È esattamente quello che mi ha chiesto Valdespino. E io gli ho detto la verità. Gli ho detto che, in quanto direttore della sicurezza elettronica, io avrei potuto cancellare quel dato ma che non lo avevo fatto. E che l’unica altra persona che ha accesso a quei dati è il comandante Garza.»

Martín spalancò gli occhi. «Pensi che Garza possa aver manomesso i nostri tabulati telefonici?»

«Ha senso» rispose Suresh. «Dopotutto, il compito di Garza è proteggere il Palazzo e, caso mai ci fosse un’indagine, per quanto riguarda noi quella telefonata non è mai avvenuta. Tecnicamente, possiamo negare. Cancellare quei dati contribuisce in maniera determinante a scagionarci.»

«Scagionarci?» disse Martín. «Non c’è dubbio che quella telefonata è stata fatta! È stata Ambra a mettere Ávila sull’elenco degli invitati! E il front desk del Guggenheim confermerà…»

«Vero, ma ora è la parola di una giovane addetta al front desk del museo contro quella dell’intero Palazzo reale. Per quanto riguarda i nostri tabulati, quella telefonata non è mai stata fatta.»

A Martín la semplicistica valutazione di Suresh sembrava troppo ottimistica. «E tu hai detto tutto questo a Valdespino?»

«Gli ho detto solo la verità. Che sia stato Garza a fare quella telefonata o no, sembrerebbe che poi l’abbia cancellata nel tentativo di tutelare il Palazzo.» Suresh fece una pausa. «Dopo aver riattaccato, però, mi sono reso conto di un’altra cosa.»

«E cioè?»

«Tecnicamente, c’è una terza persona che ha accesso al server.» Suresh si guardò attorno con aria nervosa e si avvicinò a Martín. «I codici di accesso del principe Julián gli permettono di entrare in qualunque momento nel sistema.»

Martín lo fissò. «Ma è assurdo.»

«So che può sembrare una follia» disse «ma il principe era a Palazzo, solo nel suo appartamento, quando è stata fatta quella telefonata. Avrebbe potuto benissimo farla e poi entrare nel server e cancellarla. Il software è semplice da usare e il principe è molto più esperto di tecnologia di quanto la gente creda.»

«Suresh» disse Martín, brusca «non penserai che il principe Julián, il futuro re di Spagna, abbia personalmente inviato un assassino al museo Guggenheim per far uccidere Edmond Kirsch?»

«Questo non lo so» rispose lui. «Io sto solo dicendo che è possibile.»

«Ma perché il principe Julián dovrebbe fare una cosa del genere?»

«Mi stupisce che sia proprio tu a farmi questa domanda. Ricordi tutti quegli articoli diffamatori di cui hai dovuto occuparti, sul tempo che Ambra e Edmond Kirsch passavano insieme? Sul fatto che lui l’aveva portata con il suo jet privato a Barcellona, a casa sua?»

«Ma era per lavoro!»

«La politica è tutta apparenza» ribatté Suresh. «Me lo hai insegnato tu. E noi sappiamo bene che la proposta di matrimonio del principe non ha funzionato in termini di pubblicità positiva come lui credeva.»

Il cellulare di Suresh emise un ping. Lui lesse il messaggio in arrivo e assunse un’espressione incredula.

«Cosa c’è?» chiese Martín.

Senza dire una parola, Suresh si voltò e si precipitò verso la sala operativa.

«Suresh!» Martín spense la sigaretta e gli corse dietro, raggiungendolo a una delle postazioni della squadra di sicurezza, dove un tecnico stava visionando le immagini sgranate di un video della sorveglianza.

«Cosa stai guardando?» chiese Martín.

«Uscita posteriore della cattedrale» rispose il tecnico. «Cinque minuti fa.»

Martín e Suresh si sporsero in avanti verso il monitor per vedere meglio. Un giovane chierico usciva dalla cattedrale, si avviava a passo spedito lungo Calle Mayor, relativamente tranquilla, apriva la portiera di una vecchia Opel malconcia e saliva a bordo.

“Sta andando a casa dopo la messa” pensò Martín. “E allora?”

Sul monitor, la Opel partì, percorse un breve tratto e si fermò quasi attaccata al cancello posteriore della cattedrale, lo stesso da cui l’uomo era uscito poco prima. Quasi subito dal cancello sbucarono due sagome scure, chinate, che salirono in fretta sul sedile posteriore dell’auto. Non c’erano dubbi: i due passeggeri erano il vescovo Valdespino e il principe Julián.

Pochi istanti dopo la Opel partì a razzo, scomparendo dietro l’angolo e dal monitor.

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