Origin
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Il rabbino Yehuda Köves si precipitò fuori dal suo studio, attraversò il giardino e uscì dall’ingresso principale della casa sul marciapiede.
“Qui non sono più al sicuro” si disse, col cuore che gli martellava nel petto, implacabile. “Devo arrivare alla sinagoga.”
La sinagoga di viale Dohány non era solo il tempio in cui Köves pregava da una vita: era un’autentica fortezza. Le barriere, il filo spinato e la sorveglianza continua intorno al luogo di culto erano una reminiscenza della lunga storia di antisemitismo di Budapest. Quella sera Köves fu grato di avere le chiavi di una simile cittadella.
La sinagoga si trovava a quindici minuti da casa sua, una gradevole passeggiata che Köves compiva ogni giorno; quella sera, però, avviandosi per la Kossuth Lajos, provava solo paura. Abbassò il capo e perlustrò guardingo l’oscurità davanti a sé.
Quasi subito vide qualcosa che lo allarmò.
Sull’altro lato della strada, un uomo seduto su una panchina – corporatura robusta, jeans e berretto da baseball – batteva distrattamente con il dito sul suo smartphone, sporto in avanti, la faccia barbuta illuminata dallo schermo.
“Non è di questo quartiere” pensò Köves, accelerando il passo.
L’uomo con il berretto da baseball alzò gli occhi, guardò per un istante il rabbino, quindi tornò ad abbassarli sul telefono. Köves proseguì per la sua strada. Un isolato più avanti, si voltò a guardare dietro di sé, nervoso, e con sgomento vide che l’uomo con il berretto da baseball non era più seduto sulla panchina. Aveva attraversato la strada e ora camminava lungo il marciapiede dietro di lui.
“Mi sta seguendo!” Il vecchio rabbino accelerò il passo e subito gli venne il fiato corto. Cominciò a chiedersi se non fosse stato un terribile errore uscire di casa. “Valdespino mi ha raccomandato di restare in casa! Di chi devo fidarmi?”
La sua intenzione iniziale era aspettare che gli uomini di Valdespino venissero a prenderlo per portarlo a Madrid, ma poi era arrivata quella telefonata che aveva cambiato tutto. Il seme del dubbio aveva germogliato in fretta.
“Il vescovo sta mandando i suoi uomini non per accompagnarla, ma per eliminarla… proprio come ha eliminato Syed al-Fadl” gli aveva detto la donna al telefono. E poi gli aveva fornito prove così convincenti che lui si era fatto prendere dal panico ed era fuggito.
Ora, mentre camminava a passo svelto lungo il marciapiede, temette di non riuscire neppure ad arrivare alla sinagoga. L’uomo col berretto da baseball era ancora dietro di lui, e lo seguiva a una cinquantina di metri di distanza.
Uno stridore assordante lacerò l’aria della notte e Köves sobbalzò. Era un autobus – si rese conto con sollievo – che stava accostando alla fermata poco più avanti. A Köves parve che fosse stato mandato da Dio. Corse a perdifiato e salì faticosamente a bordo. L’autobus era pieno zeppo di studenti chiassosi, e due di loro gli lasciarono educatamente un po’ di spazio nella parte anteriore.
«Köszönöm» ansimò il rabbino, senza fiato. “Grazie.”
Prima che l’autobus si staccasse dal marciapiede, però, l’uomo in jeans e berretto da baseball fece uno sprint e all’ultimissimo momento riuscì a salire a bordo.
Köves si irrigidì, ma l’uomo gli passò accanto senza degnarlo di uno sguardo e andò a sedersi in fondo. Nel riflesso del parabrezza il rabbino vide che era tornato ad armeggiare col suo smartphone, apparentemente impegnato con qualche videogioco.
“Non essere paranoico, Yehuda” si rimproverò. “Non ha nessun interesse per te.”
Quando l’autobus arrivò alla fermata di viale Dohány, Köves guardò trepidante le torrette della sinagoga, qualche isolato più in là, ma non riuscì a decidersi ad abbandonare la sicurezza dell’autobus affollato.
“Se scendo e quell’uomo mi segue…”
Rimase seduto, ritenendo che probabilmente sarebbe stato più al sicuro tra la folla. “Posso restare ancora un po’ sull’autobus e riprendere fiato” pensò, pentendosi di non essere andato in bagno prima di uscire di casa.
Fu solo qualche istante dopo, quando l’autobus ripartì, che il rabbino si rese conto del punto debole del suo piano.
“È sabato sera e tutti i passeggeri sono ragazzi.”
Köves capì che tutti i passeggeri dell’autobus sarebbero scesi alla stessa fermata, quella successiva, nel cuore del quartiere ebraico di Budapest.
Dopo la Seconda guerra mondiale il quartiere era rimasto a lungo in rovina, ma ora gli edifici fatiscenti erano diventati il cuore di una delle più vivaci location della vita notturna d’Europa, i famosi ruin bars. Nel fine settimana, orde di studenti e turisti si riversavano lì a bere e a divertirsi nei locali ricavati dentro i palazzi semisventrati dalle bombe – magazzini coperti di graffiti e vecchie case signorili –, ora attrezzati con i più moderni impianti audio e luci, e arredati con eclettiche creazioni artistiche.
E infatti, quando l’autobus arrivò con uno stridore di freni alla fermata successiva, gli studenti scesero tutti assieme. L’uomo con il berretto se ne rimase seduto in fondo, sempre concentrato sul suo telefono. L’istinto disse a Köves di scendere al più presto, e così si mise faticosamente in piedi, si affrettò lungo il corridoio e scese tra la folla di studenti sul marciapiede.
L’autobus ripartì accelerando, poi si fermò di colpo e le portiere si aprirono con un sibilo per far scendere un ultimo passeggero… l’uomo con il berretto da baseball. Köves sentì le pulsazioni salire alle stelle, ma ancora una volta il tipo non lo degnò di uno sguardo. Voltò le spalle alla folla e si avviò a passo svelto nella direzione opposta, facendo una telefonata.
“Smettila di immaginarti le cose” si disse Köves, sforzandosi di respirare con calma.
L’autobus ripartì e il gruppo di studenti cominciò a sciamare lungo la strada verso i locali. Per sicurezza, il rabbino decise di tenersi il più possibile vicino al gruppo, con l’idea di svoltare a sinistra e tornare verso la sinagoga.
I ruin bars erano gremiti e la clientela chiassosa traboccava in strada. Tutto intorno a lui, il suono della musica elettronica pulsava nell’aria, e l’odore pungente della birra si mescolava a quello dolciastro delle sigarette Sopianae e dei Kürtőskalács, i tradizionali dolci a forma di camino.
Avvicinandosi all’angolo, Köves aveva ancora la strana sensazione di essere seguito. Rallentò per lanciare un’occhiata di nascosto dietro di sé. Grazie al cielo, l’uomo in jeans e berretto da baseball era sparito.
Accucciato in un androne buio, l’uomo rimase immobile per dieci, lunghi secondi prima di arrischiarsi a sbirciare fuori, verso l’angolo.
“Bel tentativo, vecchio” pensò, consapevole di essersi nascosto appena in tempo.
L’uomo controllò ancora una volta la siringa che teneva in tasca. Poi uscì dall’ombra, si aggiustò il berretto e affrettò il passo dietro il suo obiettivo.
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