Origin
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«Su misión todavía no ha terminado» dichiarò la voce al cellulare. “La sua missione non è ancora finita.”
Nel sentire le parole del Reggente, Ávila, seduto sul sedile posteriore della Uber, si mise quasi sull’attenti.
«C’è stata una complicazione imprevista» disse il suo contatto parlando a raffica. «Deve andare a Barcellona. Immediatamente.»
“Barcellona?” Ávila aveva ricevuto l’ordine di andare a Madrid per un altro incarico.
«Abbiamo motivo di credere» proseguì la voce «che due persone collegate a Kirsch siano in viaggio verso Barcellona, e vogliano trovare un modo per lanciare la sua presentazione in remoto.»
Ávila si irrigidì. «Possono farlo?»
«Ancora non lo sappiamo, ma se ci riuscissero ovviamente questo vanificherebbe tutto il nostro duro lavoro. Mi serve subito un uomo a Barcellona. Con discrezione. Vada là il più in fretta possibile e poi mi chiami.»
La telefonata si interruppe.
Stranamente, la cattiva notizia fu accolta con gioia da Ávila. “C’è ancora bisogno di me.” Barcellona era più lontana di Madrid, ma erano comunque poche ore di viaggio, a tutta velocità sull’autostrada, di notte. Senza perdere un attimo, alzò la pistola e la premette contro la testa dell’autista. Le mani dell’uomo si irrigidirono visibilmente sul volante.
«Llévame a Barcelona» gli ordinò.
L’autista imboccò la prima uscita, quella per Vitoria-Gasteiz, e poi si immise sulla A-1 in direzione est. Gli unici altri veicoli, a quell’ora della notte, erano gli enormi autotreni che correvano verso la loro meta, Pamplona, Huesca, Lérida e infine uno dei più grossi porti del Mediterraneo, Barcellona.
Ávila non riusciva a credere alla strana sequenza di eventi che lo aveva portato fino a quel momento. “Dal profondo della mia più profonda disperazione, mi sono risollevato per compiere il più glorioso dei compiti.”
Per un istante, Ávila si rivide in quell’abisso senza fondo, a strisciare davanti all’altare della cattedrale di Siviglia invasa dal fumo, cercando tra le macerie insanguinate sua moglie e suo figlio, per poi rendersi conto che se n’erano andati per sempre.
Per settimane dopo l’attentato, Ávila non era uscito di casa. Se ne stava sdraiato sul divano, tremante, consumato da un incubo continuo a base di demoni infuocati che lo trascinavano in un abisso oscuro, ammantandolo di tenebre, di rabbia e di un soffocante senso di colpa.
“L’abisso è il purgatorio” aveva sussurrato una suora al suo capezzale, una delle centinaia di counselor addestrati dalla Chiesa all’ascolto delle persone traumatizzate. “La tua anima è intrappolata in un limbo oscuro. L’assoluzione è l’unico modo per uscirne. Devi trovare un modo per perdonare le persone che hanno fatto questo, o la rabbia ti consumerà.” Si era fatta il segno della croce. “Il perdono è la tua unica salvezza.”
“Perdono?” avrebbe voluto rispondere Ávila, ma i demoni gli serravano la gola. In quel momento, l’unica salvezza gli era parsa la vendetta. Ma vendetta contro chi? Nessuno aveva mai rivendicato quell’attentato.
“Mi rendo conto che gli atti di terrorismo religioso sembrano imperdonabili” aveva proseguito la suora. “Ma può essere utile ricordare che per secoli la nostra religione ha intrapreso una guerra santa in nome di Dio. Abbiamo ucciso bambini e donne innocenti in nome delle nostre convinzioni. Per questo abbiamo dovuto chiedere perdono al mondo e a noi stessi. E, col tempo, siamo guariti.”
Poi si era messa a citare liberamente la Bibbia: “Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra. Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano”.
Quella notte, solo con il suo dolore, Ávila si era guardato allo specchio e vi aveva visto un estraneo. Le parole della suora non erano servite ad alleviare il suo dolore.
“Perdono? Porgere l’altra guancia? Sono stato testimone di malvagità per cui non esiste assoluzione!”
Accecato dalla rabbia, Ávila aveva sferrato un pugno nello specchio, mandandolo in frantumi, poi era crollato singhiozzante a terra, sul pavimento del bagno.
Come ufficiale di carriera, era sempre stato un uomo controllato – un sostenitore della disciplina, dell’onore, e della catena di comando –, ma quell’uomo non esisteva più. Nel giro di qualche settimana, Ávila era piombato in uno stato di intontimento, anestetizzandosi con un potente cocktail di alcol e medicinali. Presto la ricerca di quello stordimento chimico era diventata l’unico scopo di ogni suo momento di veglia, e lui si era ridotto a un recluso pieno di rancore.
Dopo qualche mese, senza troppo rumore, la marina lo aveva costretto al pensionamento. Come una corazzata imponente dimenticata in bacino di carenaggio, Ávila capì che non avrebbe mai più navigato. La marina, cui aveva dedicato la vita, lo aveva lasciato solo con una modesta pensione che gli permetteva a malapena di vivere.
“Cinquantotto anni, e non ho niente.”
Passava le giornate seduto da solo in soggiorno a guardare la tivù, a bere vodka, ad aspettare che comparisse un raggio di luce. “La hora más oscura es justo antes del amanecer” continuava a ripetersi. Ma il vecchio aforisma della marina si rivelava immancabilmente falso. Ávila sentiva che l’ora più buia non era solo quella subito prima dell’alba, e che l’alba non sarebbe mai più arrivata.
Il giorno del suo cinquantanovesimo compleanno, un piovoso giovedì mattina, mentre fissava una bottiglia di vodka vuota e un preavviso di sfratto, aveva trovato il coraggio di andare all’armadio, prendere la pistola di servizio, caricarla e puntarsela alla tempia.
“Perdóname” aveva sussurrato, chiudendo gli occhi. Poi aveva premuto il grilletto. L’esplosione aveva fatto meno rumore di quanto immaginasse. Era stata più un clic che uno sparo.
Per un destino crudele, la pistola aveva fatto cilecca. Anni di inattività, chiusa in un armadio polveroso senza essere pulita, evidentemente avevano messo a dura prova la pistola da cerimonia dell’ammiraglio. Ad Ávila era parso che persino quel semplice atto di codardia fosse al di sopra delle sue capacità.
Infuriato, aveva scagliato la pistola contro il muro. Questa volta, un’esplosione aveva scosso la stanza. Ávila aveva sentito qualcosa di bruciante lacerargli il polpaccio, e in quell’attimo di dolore lancinante il suo stupore alcolico era svanito di colpo. Era caduto a terra urlando e stringendosi la gamba sanguinante.
Vicini in preda al panico che bussavano alla porta, sirene urlanti, e in un attimo Ávila si era ritrovato all’Hospital Provincial de San Lázaro di Siviglia, a dover spiegare come avesse cercato di togliersi la vita sparandosi a una gamba.
La mattina seguente, sdraiato a letto nella sala di risveglio, abbattuto e umiliato, l’ammiraglio Luis Ávila aveva ricevuto una visita.
“Lei è un pessimo tiratore” aveva detto un giovane in spagnolo. “Non mi meraviglio che l’abbiano costretta a ritirarsi.”
Prima che Ávila potesse ribattere, l’uomo aveva spalancato la finestra per fare entrare la luce del sole. Ávila si era protetto gli occhi con la mano, e aveva visto che il ragazzo era molto muscoloso e aveva i capelli tagliati cortissimi. Indossava una T-shirt con stampato sopra il volto di Cristo.
“Mi chiamo Marco” aveva detto con accento andaluso. “Sono il suo fisioterapista per la riabilitazione. Ho chiesto io di essere assegnato a lei, perché noi due abbiamo qualcosa in comune.”
“Sei un militare?” aveva domandato Ávila notando il suo atteggiamento arrogante.
“No.” Marco lo aveva guardato negli occhi. “Io ero là quella domenica mattina. Alla cattedrale. L’attacco terroristico.”
Ávila era rimasto sorpreso. “Tu eri là?”
Il giovane si era chinato e aveva tirato su una gamba dei pantaloni della tuta, scoprendo un arto protesico. “So che lei ha passato le pene dell’inferno, ma io giocavo a calcio come semiprofessionista, quindi non si aspetti molta compassione da parte mia. Io sono più uno da ‘aiutati che Dio t’aiuta’.”
Prima che Ávila potesse rendersi conto di cosa stesse succedendo, Marco lo aveva preso in braccio, fatto sedere su una carrozzella, e accompagnato lungo un corridoio fino a una piccola palestra. Lì lo aveva messo in piedi tra due sbarre parallele.
“Le farà male” aveva detto “ma cerchi di arrivare in fondo. Solo una volta. Poi potrà fare colazione.”
Il dolore era atroce, ma Ávila non poteva certo lamentarsi con uno che aveva una gamba sola, e così, appoggiando il grosso del peso sulle braccia, si era trascinato fino in fondo alle parallele.
“Bene” aveva commentato Marco. “Adesso lo rifaccia.”
“Ma avevi detto…”
“Sì, ho mentito. Ora lo rifaccia.”
Ávila aveva guardato il giovane, allibito. L’ammiraglio, che non prendeva ordini da anni, aveva trovato stranamente confortante quella situazione. Lo aveva fatto tornare giovane, lo aveva fatto sentire una recluta inesperta come tanto tempo prima.
“Allora, mi dica” aveva detto Marco. “Va ancora a messa nella cattedrale di Siviglia?”
“No, mai.”
“Paura?”
Ávila aveva scosso la testa. “Rabbia.”
Marco si era fatto una risata. “Mi lasci indovinare. Le suore le hanno detto di perdonare gli aggressori?”
Ávila si era fermato di botto tra le sbarre. “Proprio così!”
“Anche a me. Ci ho provato. Impossibile. Le suore danno pessimi consigli.” Un’altra risata.
Ávila aveva posato lo sguardo sull’immagine di Cristo stampata sulla maglietta del giovane. “Ma sembrerebbe che tu sia ancora…”
“Oh, sì, sono decisamente ancora un cristiano. Più devoto di prima. Sono stato fortunato a trovare la mia missione… aiutare le vittime dei nemici di Dio.”
“Una nobile causa” aveva osservato Ávila un po’ invidioso, sapendo che la sua vita non aveva più senso senza la sua famiglia o la marina.
“Un grande uomo mi ha aiutato a ritrovare Dio” aveva spiegato Marco. “Quell’uomo, incidentalmente, era il papa. L’ho incontrato di persona, più volte.”
“Cosa… il papa?”
“Sì.”
“Vuoi dire… il capo della Chiesa cattolica?”
“Sì. Se vuole, forse potrei farle avere un’udienza.”
Ávila aveva fissato il ragazzo come se fosse matto. “Tu puoi farmi avere un’udienza dal papa?”
Marco si era offeso. “Capisco che lei è un pezzo grosso della marina e non riesce a immaginare come un fisioterapista disabile di Siviglia possa avere accesso al vicario di Cristo, ma io le sto dicendo la verità. Posso farle avere un incontro, se vuole. Forse lui potrebbe aiutarla a ritrovare la strada, proprio come ha fatto con me.”
Ávila si era appoggiato alle parallele, non sapendo cosa rispondere. Lui adorava il papa, un solido e rigoroso conservatore che predicava il tradizionalismo e l’ortodossia. Purtroppo, era oggetto di pesanti critiche da ogni parte del globo e giravano voci che presto si sarebbe dimesso a causa delle crescenti pressioni delle correnti più progressiste. “Sarei onorato di incontrarlo, ovviamente, ma…”
“Bene” aveva detto Marco. “Cercherò di organizzare per domani.”
Ávila non avrebbe mai immaginato che il giorno dopo si sarebbe trovato nel cuore di un santuario sicuro, faccia a faccia con un potente leader che gli avrebbe insegnato la lezione religiosa più fortificante della sua vita.
“Le strade della salvezza sono molte. Il perdono non è l’unica via.”
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