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Origin

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13

Tra le dune illuminate dalla luna, nel deserto poco a est di Dubai, una dune buggy Sand Viper 1100 sterzò bruscamente a sinistra e si fermò con una sbandata, sollevando una cortina di sabbia davanti alla luce violenta dei fari.

Il ragazzo al volante si tolse gli occhialoni e fissò la sagoma scura sulla sabbia che aveva rischiato di investire. Preoccupato, scese dal veicolo e si avvicinò.

E infatti era proprio quello che gli era sembrato.

Illuminato dai fari e disteso a faccia in giù nella sabbia, c’era il corpo immobile di una persona.

«Marhaba?» gridò il ragazzo. “Ehilà?”

Nessuna risposta.

Il ragazzo capì che si trattava di un uomo dai vestiti che indossava – un shashia, il tradizionale copricapo, e un ampio thawb – e vide che era tarchiato e ben nutrito. Le sue orme erano state spazzate via dal vento, come pure eventuali segni di pneumatici o altri indizi che potessero spiegare come fosse riuscito a addentrarsi così a fondo nel deserto.

«Marhaba?» ripeté il ragazzo.

Niente.

Incerto sul da farsi, il ragazzo diede un colpetto con il piede al fianco dell’uomo. Nonostante fosse grassottello, il corpo sembrava duro e teso, già essiccato dal vento e dal sole.

Decisamente morto.

Il ragazzo allungò una mano, afferrò l’uomo per la spalla e lo girò. Gli occhi privi di vita fissarono il cielo. La faccia e la barba erano coperte di sabbia ma, anche così, il suo volto aveva un aspetto bonario, quasi familiare, come un vecchio zio o un nonno a cui si è affezionati.

Il ragazzo sentì il ruggito di altri quad e dune buggy: erano i suoi amici che tornavano indietro per accertarsi che fosse tutto a posto. I veicoli spuntarono sulla cresta della duna e ridiscesero lungo il fianco.

Tutti si fermarono, si tolsero occhialoni e casco, e si ammassarono intorno al macabro ritrovamento, osservando il cadavere essiccato dal sole. Uno dei ragazzi cominciò a parlare tutto eccitato: aveva riconosciuto il morto. Era il famoso allamah Syed al-Fadl – insigne studioso e capo religioso – che di tanto in tanto teneva delle dissertazioni all’università.

«Matha Alayna ‘an naf’al?» chiese a voce alta. “Cosa facciamo?”

I ragazzi rimasero lì, in cerchio, a fissare in silenzio il cadavere. Poi fecero quello che avrebbero fatto i teenager di tutto il mondo. Tirarono fuori i cellulari e cominciarono a scattare foto da mandare agli amici.

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