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Origin

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Mentre Langdon girava in tondo per uscire dalla struttura a spirale, la sua mente era un turbine di pensieri. La conversazione con Kirsch era stata al tempo stesso elettrizzante e preoccupante. Che le sue affermazioni fossero esagerate o no, il guru dell’informatica aveva chiaramente scoperto qualcosa che riteneva avrebbe provocato un cambiamento di paradigma a livello mondiale.

“Una scoperta importante quanto quella di Copernico?”

Quando finalmente emerse dalla scultura, gli girava un po’ la testa. Recuperò le cuffie che aveva lasciato sul pavimento.

«Winston?» disse, indossandole. «Pronto?»

Un impercettibile clic e la guida computerizzata dall’accento inglese tornò in linea. «Pronto, professore. Sì, sono qui. Il signor Kirsch mi ha chiesto di farla salire con l’ascensore di servizio perché non c’è tempo per tornare nell’atrio. Pensava anche che lei avrebbe apprezzato le grandi dimensioni del nostro montacarichi.»

«Gentile da parte sua. Sa che soffro di claustrofobia.»

«Ora lo so anch’io. E non lo dimenticherò.»

Winston guidò Langdon oltre una porta laterale fino a un corridoio di cemento, e da lì agli ascensori. In effetti il montacarichi era enorme, evidentemente concepito per trasportare opere d’arte di grandi dimensioni.

«Ultimo pulsante in alto» disse Winston quando Langdon entrò. «Terzo piano.»

Arrivato a destinazione, Langdon uscì.

«Bene!» disse la voce allegra di Winston nella testa di Langdon. «Attraverseremo la galleria alla sua sinistra. È la via più diretta per arrivare all’auditorium.»

Langdon seguì le indicazioni di Winston ed entrò in una grande galleria in cui era esposta una serie di bizzarre installazioni: un cannone di acciaio che sparava grumi appiccicosi di cera rossa su una parete bianca, una canoa di rete metallica che evidentemente non avrebbe mai galleggiato, una città in miniatura costruita con blocchetti di metallo brunito.

Mentre si dirigeva verso l’uscita della galleria, Langdon si trovò a fissare sconcertato una grande opera che dominava lo spazio.

“È ufficiale” decise. “Questo è il pezzo più bizzarro di tutto il museo.”

L’opera occupava una parte della sala per tutta la sua larghezza ed era composta da un branco di lupi americani in pose dinamiche: correvano in fila attraverso la galleria, quindi spiccavano un grande salto in aria per poi andare a sbattere con violenza contro una parete trasparente di vetro e cadere a terra.

«Si chiama Head On» disse Winston, senza essere stato interpellato. «Novantanove lupi che corrono pedissequamente e vanno a sbattere contro una parete, per simboleggiare la mentalità del branco e la mancanza di coraggio per deviare dalla norma.»

Langdon fu colpito dall’ironia del simbolismo. “Ho idea che questa sera Edmond devierà decisamente dalla norma.”

«Ora, se prosegue sempre dritto» disse Winston «troverà l’uscita a sinistra di quell’opera coloratissima a forma romboidale. L’artista è uno dei preferiti di Edmond.»

Langdon vide più avanti il dipinto dai colori vivaci e riconobbe il caratteristico intreccio di linee curve, i colori primari, l’occhio scherzosamente sospeso.

“Joan Miró” pensò Langdon. Gli erano sempre piaciute le vivaci opere del famoso barcellonese, una via di mezzo tra un album da colorare per bambini e una vetrata surrealista.

Arrivato davanti all’opera, però, Langdon si bloccò, sorpreso nel vedere che la superficie era perfettamente liscia, senza neppure l’ombra di una pennellata. «È una riproduzione?»

«No, è l’originale» rispose Winston.

Langdon osservò più da vicino. L’opera era stata chiaramente ottenuta con una stampante per grandi formati. «Winston, questa è una stampa. Non è neppure eseguita su tela.»

«Io non lavoro su tela» rispose Winston. «Io creo arte virtuale e poi Edmond la stampa per me.»

«Un momento» disse Langdon, incredulo. «Questa l’hai fatta tu?»

«Sì, ho cercato di imitare lo stile di Joan Miró.»

«Questo lo vedo» disse Langdon. «L’hai persino firmata… Miró.»

«No» disse Winston. «Osservi meglio. Io l’ho firmata “Miro”, senza accento. In spagnolo miro significa “guardo”.»

“Ingegnoso” dovette ammettere Langdon, studiando quell’unico occhio in tipico stile Miró che osservava il visitatore dal centro dell’opera di Winston.

«Edmond mi ha chiesto di fare un autoritratto e questo è ciò che ho creato.»

“Questo è il tuo autoritratto?” Langdon osservò di nuovo la serie di linee irregolari. “Devi essere un computer ben strano.”

Recentemente Langdon aveva letto del crescente entusiasmo di Edmond all’idea di insegnare ai computer a creare arte algoritmica, vale a dire arte generata da programmi molto complessi. Sollevava una questione scomoda: quando un computer crea arte, chi è l’artista, il computer o il programmatore? Una recente mostra di raffinate opere algoritmiche all’MIT aveva impresso un taglio insolito al corso di discipline classiche di Harvard: è l’arte che ci rende umani?

«Compongo anche musica» disse Winston. «Dovrebbe chiedere a Edmond di farle ascoltare qualcosa, più tardi, se le interessa. Ora, però, dovrebbe affrettarsi. La presentazione comincerà tra poco.»

Langdon lasciò la galleria e si ritrovò su una passerella sospesa sopra l’atrio principale. Sul lato opposto del grande spazio, gli ultimi ospiti uscivano alla spicciolata dagli ascensori e venivano verso di lui, diretti a una porta più avanti.

«La presentazione di questa sera inizierà tra pochi minuti» disse Winston. «Vede l’ingresso dell’auditorium?»

«Sì. È poco più in là.»

«Ottimo. Un’ultima cosa. Entrando, vedrà dei contenitori per la raccolta delle cuffie. Edmond ha chiesto che lei non le restituisca e le tenga con sé. In questo modo, finito l’evento, sarò in grado di guidarla fuori dal museo attraverso una porta sul retro, dove potrà evitare la folla e sarà certo di trovare un taxi.»

Langdon ripensò alla strana serie di lettere e numeri che Edmond aveva scarabocchiato sul retro del suo biglietto da visita, dicendogli di consegnarlo al tassista. «Winston, Edmond ha scritto solo “BIO-EC346”. Lo ha definito un codice semplicissimo.»

«Ha detto la verità» rispose pronto Winston. «Ora, professore, l’evento sta per cominciare. Le auguro di godersi la presentazione del signor Kirsch, e non vedo l’ora di assisterla, dopo.»

Con un clic improvviso, Winston sparì.

Langdon si avvicinò alle porte d’ingresso, si tolse le cuffie e le infilò nella tasca della giacca. Quindi si affrettò a entrare insieme agli ultimi ospiti proprio mentre le porte si chiudevano dietro di lui.

Ancora una volta, si ritrovò in uno spazio sorprendente.

“Assisteremo in piedi alla presentazione?”

Langdon si aspettava di trovare la folla seduta in un grande, confortevole auditorium per ascoltare l’annuncio di Edmond, invece vide centinaia di ospiti in piedi, assiepati in un’angusta galleria dalle pareti dipinte di bianco. La sala non conteneva opere d’arte né sedie, solo un podio in fondo, di fianco a un grande schermo a cristalli liquidi su cui compariva la scritta:

La diretta avrà inizio tra 2 minuti e 7 secondiLangdon provò un brivido di trepidazione, poi spostò lo sguardo sulla seconda riga di testo che compariva sullo schermo. Fu costretto a leggerla due volte:

Utenti collegati in questo istante: 1.953.694Due milioni di persone?

Kirsch gli aveva detto che avrebbe trasmesso il suo annuncio in diretta streaming, ma quella era una cifra immensa e continuava a salire sempre più velocemente col passare dei secondi.

Sul volto di Langdon si dipinse un sorriso. Il suo ex allievo aveva fatto molta strada. Ora la domanda era: cosa stava per annunciare Edmond?

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