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L’ammiraglio Luis Ávila arrivò ai controlli di sicurezza del museo e lanciò un’occhiata all’orologio per accertarsi di essere in orario.

“Perfetto.”

Presentò il documento d’identità agli addetti all’accoglienza. Per un attimo gli accelerò il battito quando parve che il suo nome non fosse sulla lista degli invitati. Poi, finalmente, lo trovarono, proprio in fondo – un’aggiunta dell’ultimo momento –, e Ávila poté entrare.

“Come mi aveva promesso il Reggente.” In che modo ci fosse riuscito, Ávila proprio non ne aveva idea. Aveva sentito dire che la lista di quella sera era blindata.

Avanzò verso il metal detector, tirò fuori il cellulare e lo mise sul vassoio. Poi, con estrema cautela, estrasse un rosario insolitamente pesante dalla tasca della giacca e lo posò sopra il telefono.

“Piano” si disse. “Molto piano.”

La guardia della sicurezza gli fece cenno di passare attraverso il metal detector e portò il vassoio con i suoi effetti personali dall’altra parte.

«Qué rosario tan bonito» disse la guardia, ammirando il rosario di metallo, formato da una robusta corona di grani e una croce spessa dal profilo arrotondato.

«Gracias» rispose Ávila. “L’ho fatto con le mie mani.”

Ávila superò il metal detector senza problemi. Arrivato dall’altra parte recuperò il telefono e il rosario, rimettendoseli in tasca prima di procedere verso un secondo posto di controllo, dove gli vennero consegnate delle strane cuffie.

“Non mi serve un’audioguida” pensò. “Ho altro da fare.”

Mentre andava verso l’atrio, le gettò senza farsi vedere in un cestino della spazzatura.

Con il cuore che batteva forte, perlustrò con lo sguardo l’edificio in cerca di un luogo appartato in cui contattare il Reggente e fargli sapere che era riuscito a entrare senza destare sospetti.

“Per Dio, per la patria e per il re” pensò. “Ma soprattutto per Dio.”

In quello stesso momento, nei recessi più reconditi del deserto fuori Dubai, il settantottenne venerato allamah Syed al-Fadl arrancava carponi, trascinandosi nella sabbia profonda illuminata dalla luna. Non ce la faceva più a proseguire.

Aveva la pelle bruciata e coperta di vesciche, la gola così riarsa che quasi non riusciva più a respirare. La sabbia portata dal vento lo aveva accecato ormai da ore, ma lui aveva continuato a trascinarsi. A un certo punto gli era parso di sentire in lontananza il motore di alcune dune buggy, ma probabilmente era solo l’ululato del vento. La speranza che Dio lo avrebbe salvato era morta da tempo. Gli avvoltoi non volavano più in cerchio sopra di lui: adesso gli camminavano accanto.

Lo spagnolo che, la sera prima, si era impossessato con la forza della sua auto rapendolo non aveva detto una parola mentre si addentravano sempre più nel deserto. Dopo un’ora di viaggio si era fermato e gli aveva intimato di scendere, lasciandolo lì, al buio, senza cibo né acqua.

L’uomo che lo aveva rapito non aveva fornito alcuna indicazione sulla propria identità, né spiegazioni su quel gesto. L’unico possibile indizio era lo strano disegno che al-Fadl aveva intravisto sul palmo della mano destra dell’uomo, un simbolo che non conosceva.

Al-Fadl aveva vagato nel deserto a lungo, invocando inutilmente aiuto. Adesso, gravemente disidratato, crollò nella sabbia soffocante e sentì cedere il cuore, e per un’ultima volta si pose la domanda che si poneva da ore.

“Chi potrebbe volermi morto?”

E ancora una volta riuscì a trovare un’unica risposta plausibile.

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