Origin
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La voce gioviale di Winston tornò a risuonare nelle cuffie di Langdon. «Proprio davanti a lei, professore, si trova il dipinto più grande della nostra collezione, anche se la maggior parte degli ospiti non lo individua immediatamente.»
Langdon guardò attraverso l’atrio del museo ma non vide altro che la parete di vetro che dava sul lago. «Mi dispiace, ma credo di far parte della maggioranza. Non vedo alcun dipinto.»
«Be’, è esposto in modo piuttosto non convenzionale» disse Winston con una risata. «La tela non è montata a parete ma sul pavimento.»
“Avrei dovuto immaginarlo” pensò Langdon, abbassando lo sguardo e avanzando finché non vide la grande tela rettangolare stesa sul pavimento di pietra ai suoi piedi.
L’enorme dipinto era costituito da un unico colore – una distesa di un blu profondo – e i visitatori si fermavano intorno al suo perimetro, guardando in basso come se stessero scrutando dentro uno stagno.
«Il dipinto misura circa cinquecento metri quadri» aggiunse Winston.
Langdon si rese conto che era dieci volte più grande del suo appartamento di Cambridge.
«È un’opera di Yves Klein, che tutti chiamano affettuosamente La piscina.»
Langdon doveva ammettere che la singolare intensità di quel colore dava l’impressione di potersi tuffare direttamente dentro la tela.
«È stato Klein a inventare questo colore» proseguì Winston. «Si chiama International Klein Blue, e lui sosteneva che la sua profondità evocava l’immaterialità e l’immensità della sua visione utopistica del mondo.»
Langdon capì che ora Winston stava leggendo.
«Klein è noto principalmente per i suoi dipinti blu, ma è conosciuto anche per un inquietante fotomontaggio intitolato Salto nel vuoto, che causò un certo scalpore quando venne pubblicato, nel 1960.»
Langdon lo aveva visto al MoMA di New York. La foto era decisamente sconcertante e ritraeva un uomo che si tuffava a volo d’angelo da un edificio verso un marciapiede. In realtà l’immagine era un trucco, magistralmente concepita e diabolicamente ritoccata con una lametta di rasoio, molto tempo prima dell’avvento di Photoshop.
«Inoltre» proseguì Winston «Klein ha composto anche un brano musicale intitolato Monotone-Silence, in cui un’orchestra sinfonica tiene per venti minuti un unico accordo in re maggiore.»
«E le persone stanno ad ascoltare?»
«A migliaia. E quell’unico accordo è solo il primo movimento. Nel secondo, l’orchestra resta seduta immobile ed esegue “silenzio assoluto” per altri venti minuti.»
«Sta scherzando, vero?»
«No, sono serissimo. A sua difesa, probabilmente la prima esecuzione non fu monotona come potrebbe sembrare; sul palco c’erano anche tre donne nude, spalmate di vernice blu, che si rotolavano su gigantesche tele.»
Langdon aveva dedicato gran parte della sua carriera allo studio dell’arte, e lo infastidiva non aver mai imparato ad apprezzare i frutti delle avanguardie. Il fascino dell’arte contemporanea continuava a restare per lui un mistero.
«Non per mancare di rispetto, Winston, ma devo dirle che spesso ho difficoltà a capire quando qualcosa è “arte contemporanea” e quando è semplicemente qualcosa di bizzarro.»
Winston rispose imperturbabile. «Be’, spesso è proprio questo il punto, no? Nel mondo dell’arte classica, le opere sono apprezzate per l’abilità esecutiva dell’artista, vale a dire per la capacità con cui appoggia il pennello alla tela o lo scalpello alla pietra. Nell’arte contemporanea, invece, i capolavori sono considerati tali spesso più per l’idea che per l’esecuzione. Per esempio, chiunque sarebbe in grado di comporre una sinfonia di quaranta minuti costituita solo da un accordo e da silenzio, ma è stato Yves Klein a concepirla.»
«Giusto.»
«Ovviamente, la Fog Sculpture, qua fuori, è un perfetto esempio di arte concettuale. L’artista ha avuto un’idea, quella di far correre dei tubi perforati sotto il ponte e di soffiare la nebbia sul lago, ma l’opera è stata eseguita da idraulici del posto.» Winston fece una pausa. «Anche se devo dare grande merito all’artista per aver usato il suo mezzo espressivo come un codice.»
«Fog è un codice?»
«Sì. Un criptico tributo all’architetto che ha progettato il museo.»
«Frank Gehry?»
«Frank O. Gehry» lo corresse Winston.
«Ingegnoso.»
Mentre Langdon andava verso le finestre, Winston disse: «Da qui si gode una bella visuale del ragno. Ha visto Maman, entrando?».
Langdon guardò fuori, oltre il lago, verso la grande scultura della vedova nera sulla piazza. «Sì, è difficile non vederla.»
«Dal tono intuisco che non è un suo ammiratore?»
«Mi sforzo di esserlo.» Langdon fece una pausa. «Come esperto di arte classica mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua.»
«Interessante» disse Winston. «Immaginavo che lei, in particolare, avrebbe apprezzato Maman. È un perfetto esempio del concetto classico di contrappunto. Anzi, potrebbe usarlo nelle sue lezioni, quando lo spiega.»
Langdon osservò il ragno, senza vedervi niente del genere. Quando doveva spiegare il contrappunto preferiva qualcosa di più tradizionale. «Credo che resterò fedele al David.»
«Sì, Michelangelo è il punto di riferimento» disse Winston con una risatina. «È stato geniale a mettere l’eroe biblico in una posa effeminata, con il polso molle che stringe una fionda penzolante, per trasmettere un’idea di vulnerabilità femminile. Ma dagli occhi irradia una determinazione letale, i tendini e le vene sono tesi nell’impazienza di uccidere Golia. L’opera è al tempo stesso delicata e intensa.»
Langdon rimase colpito dalla descrizione. Avrebbe voluto che i suoi studenti avessero una percezione altrettanto chiara del capolavoro di Michelangelo.
«Maman non è diversa dal David» proseguì Winston. «Un’audace contrapposizione di archetipi opposti. In natura, la vedova nera è una creatura spaventosa, un predatore che cattura le sue vittime nella tela e le uccide. Nonostante sia letale, qui è raffigurata con un sacco ovigero rigonfio, pronta a dare la vita, e questo la rende sia predatrice sia progenitrice… Un corpo grande posato su zampe sottilissime, che trasmette un’idea di forza e fragilità. Se vuole, Maman potrebbe essere definita il David dell’era moderna.»
«Non mi spingerei a tanto» rispose Langdon, con un sorriso «ma devo ammettere che la sua analisi mi ha offerto uno spunto di riflessione.»
«Bene, allora mi permetta di mostrarle un’ultima opera. È un originale di Edmond Kirsch.»
«Davvero? Non ho mai saputo che Edmond fosse un artista.»
Winston rise. «Lascerò che sia lei a giudicare.»
Langdon si fece guidare da Winston oltre le finestre fino a una vasta rientranza in cui un gruppo di ospiti erano radunati davanti a una grande lastra di fango secco appesa alla parete. A prima vista, la lastra di argilla indurita gli fece venire in mente un reperto fossile. Ma quel fango non conteneva fossili. Aveva incisi sopra dei segni rozzi, simili a quelli che avrebbe potuto tracciare un bambino con un bastoncino sul cemento fresco.
Il gruppo non sembrava particolarmente colpito.
«Edmond ha fatto questo?» borbottò una donna che sfoggiava una pelliccia di visone e labbra al botulino. «Non capisco.»
L’insegnante che era in Langdon non seppe resistere. «In realtà è molto ingegnoso» disse, interrompendola. «Finora è il pezzo che più mi è piaciuto in tutto il museo.»
La donna si girò di scatto guardandolo con palese disprezzo. «Ah, davvero? Allora mi illumini.»
“Ne sarei felice.” Langdon si avvicinò alla serie di segni grossolanamente incisi sulla superficie d’argilla.
«Be’, innanzitutto» disse Langdon «Edmond ha inciso quest’opera nell’argilla come omaggio al primo sistema di scrittura dell’umanità, quello cuneiforme.»
La donna spalancò gli occhi, confusa.
«I tre grossi segni al centro» proseguì Langdon «compongono la parola “pesce” in assiro. È quello che si definisce un pittogramma. Se osservate attentamente, riuscite a immaginare la bocca aperta del pesce rivolta verso destra, come pure le scaglie triangolari sul corpo.»
Tutti piegarono la testa di lato per esaminare meglio l’opera.
«E se guardate qui» disse Langdon, indicando la serie di avvallamenti a sinistra del pesce «vedrete che Edmond ha fatto delle impronte di piedi nel fango dietro il pesce, per rappresentare lo storico passo evolutivo del pesce sulla terraferma.»
I presenti annuirono, segno che cominciavano a capire.
«E infine» disse Langdon «l’asterisco asimmetrico sulla destra, il segno che il pesce sembra voler mangiare, è uno dei simboli più antichi per rappresentare Dio.»
La donna con le labbra al botulino si voltò, guardandolo con espressione corrucciata. «Un pesce che mangia Dio?»
«In apparenza. È una versione scherzosa del pesce di Darwin… l’evoluzione che inghiotte la religione.» Langdon fece una piccola alzata di spalle verso il gruppo. «Come ho detto, molto ingegnoso.»
Mentre si allontanava, sentì il gruppetto parlottare alle sue spalle, e Winston si fece una risata. «Davvero divertente, professore! Edmond avrebbe apprezzato la sua lezione improvvisata. Non sono molte le persone che riescono a decifrare quell’opera.»
«Be’» disse Langdon «è il mio lavoro.»
«Sì, e ora capisco perché il signor Kirsch mi ha chiesto di considerarla un ospite superspeciale. Anzi, mi ha chiesto di mostrarle una cosa che nessuno degli altri ospiti sperimenterà stasera.»
«Ah, sì? E cosa sarebbe?»
«Vede quel corridoio chiuso da un cordone alla destra delle finestre principali?»
Langdon allungò la testa per guardare da quella parte. «Sì.»
«Bene. Segua le mie istruzioni.»
Titubante, Langdon seguì passo dopo passo le istruzioni di Winston. Andò all’ingresso del corridoio e, dopo essersi accertato che nessuno lo stesse osservando, scivolò dietro i sostegni dei cordoni e sparì.
Lasciandosi alle spalle l’atrio affollato, proseguì per una decina di metri fino a una porta metallica dotata di una tastiera numerica.
«Digiti queste sei cifre» disse Winston, fornendogli i numeri.
Langdon digitò il codice e la serratura si aprì con uno scatto.
«Bene, professore. Entri, la prego.»
Langdon rimase lì impalato, non sapendo cosa aspettarsi. Poi si riprese e aprì la porta. L’ambiente era avvolto nell’oscurità quasi totale.
«Le accenderò le luci» disse Winston. «Entri, per favore, e chiuda la porta.»
Langdon mosse un passo all’interno, sforzandosi di vedere qualcosa nell’oscurità. Si richiuse la porta alle spalle e la serratura scattò.
Gradualmente, dal perimetro della sala iniziò a diffondersi una luce soffusa che rivelò uno spazio enorme, simile a un’immensa caverna o a un hangar abbastanza grande da ospitare un’intera flotta di aerei.
«Tremiladuecento metri quadri» disse Winston.
In confronto a quella galleria, l’atrio sembrava piccolissimo.
A mano a mano che la luce aumentava, Langdon vide un gruppo di forme massicce posate a terra – sette o otto sagome indistinte – simili a dinosauri che pascolavano nella notte.
«Cosa diavolo è questo?» chiese Langdon.
«Si chiama The Matter of Time» disse la voce gioviale di Winston attraverso le cuffie. «“La materia del tempo” è l’opera più pesante del museo. Più di mille tonnellate.»
Langdon stava cercando di orientarsi. «E come mai sono qui da solo?»
«Come ho detto, il signor Kirsch mi ha chiesto di mostrare a lei soltanto questa incredibile opera.»
Le luci aumentarono fino alla massima intensità, inondando lo spazio gigantesco di una luminescenza avvolgente, e Langdon non poté fare altro che fissare sbalordito la scena davanti ai suoi occhi.
“Sono entrato in un universo parallelo.”
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