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Origin

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8

Langdon spostava lo sguardo, affascinato, da una forma gigantesca all’altra. Ogni opera era una lamina di acciaio patinato alta più di quattro metri che era stata elegantemente curvata e poi posata in piedi, in equilibrio, a formare una parete autoportante. Le lamine arcuate davano vita a forme fluide e diverse l’una dall’altra: un nastro ondulato, un cerchio aperto, una spirale allentata.

«The Matter of Time» ripeté Winston. «E l’artista è Richard Serra. Il suo uso di pareti autoportanti realizzate con un materiale così pesante crea un’illusione di instabilità. Ma in realtà sono tutte molto salde. Immagini di arrotolare una banconota da un dollaro attorno a una matita. Quando si estrae la matita, la banconota arrotolata riesce a stare benissimo in piedi da sola, supportata dalla forma che ha assunto.»

Langdon si fermò a osservare l’immensa struttura circolare davanti a sé. Il metallo era ossidato, e quel processo gli conferiva una colorazione bruna e un aspetto quasi organico. Dall’opera emanava una sensazione di grande forza e di delicato equilibrio.

«Professore, ha notato che questa prima forma non è del tutto chiusa?»

Langdon continuò a girare intorno al cerchio e vide che le estremità della parete non si incontravano con esattezza, come se un bambino avesse cercato di disegnare un cerchio ma non vi fosse riuscito.

«Questo sfalsamento crea un passaggio che attira il visitatore all’interno per esplorare lo spazio negativo.»

“A meno che il visitatore non soffra di claustrofobia” pensò Langdon, tirando dritto.

«Se guarda davanti a sé, poi» disse Winston «vedrà tre sinuosi nastri d’acciaio che corrono lungo un percorso vagamente parallelo, abbastanza vicini da formare due tunnel curvilinei lunghi più di trenta metri. Si chiama The Snake, e i nostri ospiti più giovani si divertono un mondo a correre dentro questo “serpente”. In realtà, due visitatori posti alle estremità possono parlare a voce bassissima e sentirsi perfettamente come se si trovassero faccia a faccia.»

«Davvero notevole, Winston, ma le dispiacerebbe spiegarmi perché Edmond le ha chiesto di farmi vedere questa galleria?» “Sa che questa roba non la capisco.”

«L’opera che mi ha espressamente chiesto di mostrarle si chiama Torqued Spiral» rispose Winston «e si trova più avanti, nell’angolo destro. La vede?»

Langdon strizzò gli occhi cercando di guardare lontano. “Quella che sembra distante mezzo chilometro?” «Sì, la vedo.»

«Perfetto. Allora avviciniamoci, d’accordo?»

Langdon si guardò attorno nella galleria enorme, un po’ esitante, poi si avviò verso la spirale mentre Winston continuava a parlare.

«Ho sentito dire, professore, che Edmond Kirsch è un appassionato estimatore del suo lavoro… in particolare delle sue riflessioni sull’interazione delle varie tradizioni religiose nel corso della storia e su come viene rappresentata nell’arte la loro evoluzione. Per molti versi il campo della teoria dei giochi e del calcolo predittivo, di cui si occupa Edmond, è molto simile: analizza la crescita di diversi sistemi e prevede come si svilupperanno nel tempo.»

«Be’, ovviamente lui è bravissimo in questo. Non per niente lo chiamano il moderno Nostradamus.»

«Sì. Anche se io lo trovo leggermente offensivo, come paragone.»

«Perché dice così?» ribatté Langdon. «Nostradamus è il più famoso pronosticatore di tutti i tempi.»

«Non vorrei contraddirla, professore, ma Nostradamus ha scritto quasi un migliaio di quartine formulate in maniera così ambigua che, nel corso dei secoli, hanno beneficiato dell’interpretazione creativa di persone superstiziose che cercavano di ricavare un significato laddove non esiste… dalla Seconda guerra mondiale alla morte della principessa Diana, all’attacco al World Trade Center. È assolutamente ridicolo. Al contrario, Edmond Kirsch ha pubblicato un numero limitato di predizioni molto circostanziate che si sono avverate in un breve lasso di tempo… cloud computing, auto a guida autonoma, un microchip alimentato solo da cinque atomi. Il signor Kirsch non è un Nostradamus qualsiasi.»

“Ammetto di avere sbagliato” pensò Langdon. Si diceva che Edmond Kirsch ispirasse un forte senso di lealtà tra coloro che lavoravano con lui, ed evidentemente Winston era uno dei suoi appassionati discepoli.

«Allora, le piace la sua visita guidata?» chiese Winston, cambiando argomento.

«Molto. I miei complimenti a Edmond per aver perfezionato questa tecnologia.»

«Sì, questo sistema è stato il sogno di Edmond per anni, e lui ha dedicato tantissimo tempo e denaro per svilupparlo in gran segreto.»

«Davvero? Non mi sembra una tecnologia così complicata. Devo ammettere che all’inizio ero scettico, ma lei mi ha convinto… è stata una conversazione molto interessante.»

«Generoso da parte sua, anche se ora spero di non rovinare nulla ammettendo la verità. Temo di non essere stato del tutto sincero con lei.»

«Prego?»

«Innanzitutto, il mio vero nome non è Winston, ma Art.»

Langdon si fece una risata. «Una guida di museo che si chiama Art? Be’, non la biasimo per aver deciso di usare uno pseudonimo. Piacere di conoscerla, Art.»

«Inoltre, quando lei mi ha chiesto perché non l’accompagnassi di persona, io le ho risposto che il signor Kirsch vuole limitare il numero delle persone dentro il museo. Ma la risposta non era completa. C’è un altro motivo per cui ci stiamo parlando tramite le cuffie e non di persona. In realtà, io non posso muovermi.»

«Oh… mi dispiace tanto.» Langdon si immaginò Art seduto su una sedia a rotelle in una specie di call center, e gli dispiacque che provasse imbarazzo a dover spiegare il suo problema fisico.

«Non è il caso che si dispiaccia per me. Le garantisco che le sue gambe sembrerebbero assai strane su di me. Vede, io non sono come lei immagina.»

Langdon rallentò il passo. «Cosa intende dire?»

«“Art” non è tanto un nome quanto un’abbreviazione. Sta per “artificiale”, anche se il signor Kirsch preferisce il termine “bionico”.» La voce fece una pausa. «La verità, professore, è che questa sera lei ha interagito con una guida bionica. Un computer, per così dire.»

Langdon si guardò attorno, perplesso. «Cos’è, una specie di scherzo?»

«Nient’affatto, professore. Sono serissimo. Edmond Kirsch ha dedicato dieci anni e quasi un miliardo di dollari a perfezionare l’intelligenza artificiale, e questa sera lei è uno dei primi a sperimentare il frutto delle sue fatiche. Tutto il suo tour è stato gestito da una guida artificiale. Io non sono umano.»

Langdon non riusciva assolutamente a crederci, neppure per un secondo. La dizione e la grammatica dell’uomo erano perfette e, a parte la risatina un po’ goffa, era un fine oratore. Inoltre, le battute che si erano scambiati quella sera spaziavano per un’ampia gamma di argomenti.

“Mi stanno sorvegliando” si disse Langdon, perlustrando con lo sguardo le pareti in cerca di telecamere nascoste. Sospettava di essere l’ignaro partecipante di una strana forma di “arte sperimentale”, un teatro dell’assurdo abilmente inscenato. “Sono una cavia.” «Non sono del tutto a mio agio in questa situazione» dichiarò, e le sue parole echeggiarono nella galleria deserta.

«Le porgo le mie scuse» disse Winston. «È comprensibile. Immaginavo che avrebbe trovato questa notizia difficile da elaborare. Suppongo sia per questo motivo che Edmond mi ha chiesto di condurla qui, in questa sala riservata, lontano dagli altri ospiti. Nessuno di loro è al corrente di questa informazione.»

Langdon sondò con lo sguardo la galleria in penombra per vedere se ci fosse qualcun altro.

«Come lei senza dubbio saprà» proseguì la voce, per niente turbata dal disagio di Langdon «il cervello umano è un sistema binario: le sinapsi si accendono o no, sono on oppure off, come l’interruttore di un computer. Il cervello ha più di un centinaio di migliaia di miliardi di sinapsi, e questo significa che costruire un cervello non è una questione tanto di tecnologia quanto di scala.»

Langdon lo ascoltava a malapena. Aveva ripreso a camminare, e la sua attenzione era concentrata su un cartello di “uscita” la cui freccia puntava verso il fondo della galleria.

«Professore, mi rendo conto di quanto sia difficile da accettare che la mia voce dal suono umano sia generata da un computer, ma in realtà la parola è la parte più facile. Anche un reader di e-book da novantanove dollari riesce a riprodurre in maniera decente la voce umana. Edmond ci ha investito miliardi.»

Langdon si fermò di colpo. «Se sei un computer, rispondi a questa domanda» disse, passando istintivamente al “tu”. «A quanto ha chiuso l’indice Dow Jones dei titoli industriali il 24 agosto del 1974?»

«Era un sabato» rispose immediatamente la voce. «Quindi i mercati non hanno aperto.»

Langdon provò un leggero brivido. Aveva scelto quella data proprio per trarlo in inganno. Uno degli effetti collaterali della sua memoria eidetica era che le date si imprimevano per sempre nella sua mente. Quel sabato era stato il compleanno del suo migliore amico, e Langdon ricordava ancora la festa che si era tenuta nel pomeriggio in piscina. “Helena Wooley indossava un bikini azzurro.”

«Ma il giorno precedente» si affrettò ad aggiungere la voce «venerdì 23 agosto, l’indice Dow Jones dei titoli industriali ha chiuso a 686,80: 17,83 punti in meno, con una perdita del 2,53 per cento.»

Per un attimo Langdon rimase senza parole.

«Sarò felice di aspettare» proseguì la voce «se vuole controllare l’esattezza dei dati sul suo smartphone. Anche se non posso fare a meno di farle notare l’ironia della cosa.»

«Ma io… io non…»

«La sfida dell’intelligenza artificiale» disse la voce, e ora il suo leggero accento inglese suonò ancora più strano «non è il rapido accesso ai dati, che è semplicissimo, ma piuttosto la capacità di percepire come i dati sono interconnessi e collegati… cosa in cui credo lei eccelle, giusto? La relazione tra le idee? È uno dei motivi per cui il signor Kirsch voleva testare le mie capacità espressamente su di lei.»

«Fare un test?» disse Langdon. «A me?»

«Niente affatto.» Di nuovo quella risata goffa. «Un test a me. Per vedere se riuscivo a convincerla che ero umano.»

«Un test di Turing.»

«Proprio così.»

Il test di Turing, si ricordò Langdon, era una sfida proposta dal crittografo Alan Turing per verificare l’abilità di una macchina a comportarsi in maniera non distinguibile da quella di un essere umano. In pratica un giudice ascoltava una conversazione tra una macchina e un uomo e, se non riusciva a capire quale dei due fosse umano, il test di Turing si considerava riuscito. La sfida era stata notoriamente superata nel 2014 alla Royal Society di Londra. Da allora, l’intelligenza artificiale aveva fatto enormi progressi.

«Fino a questo momento» proseguì la voce «nessuno dei nostri ospiti di stasera ha sospettato di nulla. Si stanno tutti divertendo un sacco.»

«Un momento. Tutti stanno parlando con un computer, stasera?»

«Tecnicamente stanno parlando tutti con me. Sono in grado di dividermi con facilità. Lei sta sentendo la mia voce di default, quella preferita da Edmond, ma ad altri ho assegnato diverse voci o lingue. Sulla base del suo profilo di accademico maschio americano, ho scelto per lei la mia voce predefinita di maschio con accento inglese. Immaginavo che avrebbe suscitato in lei più fiducia che non… per esempio, una giovane donna con un accento del Sud.»

“Questa cosa mi ha appena dato dello sciovinista?”

A Langdon tornò in mente la famosa registrazione, circolata in rete parecchi anni prima, di una telefonata ricevuta dal caporedattore della rivista “Time”, Michael Scherer. Il robot addetto al telemarketing che lo aveva chiamato sembrava così umano che Scherer aveva postato online la telefonata perché tutti potessero ascoltarla.

“È successo anni fa” si disse Langdon.

Langdon sapeva che da molto tempo Kirsch si occupava di intelligenza artificiale, e ogni tanto lo si vedeva sulle copertine delle riviste per commentare importanti conquiste. Evidentemente Winston, la sua creatura, rappresentava lo stato dell’arte raggiunto da Kirsch.

«Mi rendo conto che stiamo un po’ correndo» proseguì la voce «ma il signor Kirsch ha chiesto espressamente che le mostri la spirale davanti a cui si trova ora. Desidera che lei entri nella spirale e prosegua fino al centro.»

Langdon sbirciò dentro lo stretto passaggio curvo e sentì i muscoli irrigidirsi. “Starà scherzando, spero.” «Puoi dirmi cosa c’è qui dentro? Non amo gli spazi angusti.»

«Interessante, non lo sapevo.»

«La claustrofobia non è un argomento che inserisco nella mia biografia online.» Langdon si interruppe, ancora incredulo all’idea di parlare con una macchina.

«Non deve avere paura. Lo spazio al centro della spirale è piuttosto grande, e il signor Kirsch ha chiesto specificamente che lei veda il centro. Però vuole che lei, prima di entrare, si tolga le cuffie e le posi sul pavimento, qua fuori.»

Langdon lanciò un’occhiata alla struttura che incombeva su di lui ed esitò. «Non vieni con me?»

«A quanto pare no.»

«Sai, è tutto molto strano, e io non sono tanto…»

«Professore, considerato che Edmond l’ha fatta venire fin qui per partecipare a questo evento, mi sembra una ben piccola richiesta fare ancora qualche metro dentro quest’opera d’arte. I bambini lo fanno ogni giorno e sopravvivono.»

Langdon non era mai stato redarguito da un computer, sempre che di quello si trattasse, ma il commento tagliente sortì l’effetto desiderato. Si tolse le cuffie e le posò con cura sul pavimento, voltandosi verso l’apertura della spirale. Le alte pareti formavano un angusto passaggio che curvava e scompariva nell’oscurità.

«Che sarà mai?» disse, parlando da solo.

Fece un sospiro profondo ed entrò deciso nell’apertura.

Il percorso continuava a curvare su se stesso, inoltrandosi più a fondo di quanto Langdon si fosse immaginato, e presto lui perse il conto dei giri che aveva fatto. A ogni giro in senso orario il passaggio diventava sempre più stretto, e ora le sue spalle ampie quasi sfioravano le pareti. “Respira, Robert.” Aveva l’impressione che da un momento all’altro le pareti inclinate potessero crollare verso l’interno e schiacciarlo sotto tonnellate di metallo. “Perché lo sto facendo?”

Langdon stava per voltarsi e tornare sui propri passi quando vide che il varco terminava di colpo e si apriva in un grande spazio. In effetti, come gli aveva detto Winston, l’interno era più grande di quanto lui si aspettasse. Si affrettò a uscire dal passaggio, tirando un sospiro di sollievo, e osservò il pavimento nudo e le alte pareti di metallo, chiedendosi per l’ennesima volta se si trattasse di uno scherzo goliardico.

Si sentì lo scatto di una porta, fuori da qualche parte, poi l’eco di passi rapidi all’esterno. Qualcuno era entrato nella galleria dalla porta che lui aveva visto, lì vicino. I passi si avvicinarono e cominciarono a girare intorno a lui, diventando sempre più rumorosi a ogni giro. Qualcuno era con lui nella spirale.

Langdon fece un passo indietro e si voltò verso l’apertura mentre i passi continuavano a girare in tondo, sempre più vicini. Il ticchettio aumentò d’intensità finché, all’improvviso, dal tunnel sbucò un uomo. Era basso e snello, con l’incarnato pallido e occhi penetranti, e una gran massa di capelli neri ribelli.

Langdon rimase a fissarlo impassibile per qualche istante, poi, finalmente, il suo volto si aprì in un ampio sorriso. «Il grande Edmond Kirsch ama le entrate d’effetto.»

«C’è solo una possibilità di fare una buona prima impressione» ribatté Kirsch affabile. «Mi sei mancato, Robert. Grazie per essere venuto.»

Si scambiarono un abbraccio caloroso. Mentre Langdon batteva sulla schiena dell’amico, si accorse che Kirsch era molto magro.

«Hai perso parecchi chili» gli disse.

«Sono diventato vegano» rispose Kirsch. «Più facile che andare in palestra.»

Langdon rise. «È bellissimo rivederti. E, come al solito, sei riuscito a farmi sentire troppo in tiro.»

«Chi, io?» Kirsch abbassò lo sguardo sui jeans neri aderentissimi, la T-shirt a V bianca perfettamente stirata, e una giacca di pelle chiusa da una cerniera laterale. «Questa è alta moda.»

«Le ciabattine bianche sono alta moda?»

«Ciabattine? Sono un paio di Guinea di Ferragamo.»

«E suppongo che costino più di tutto quello che indosso io in questo momento.»

Edmond si avvicinò ed esaminò l’etichetta della giacca di Langdon. «A dire il vero» disse sorridendo «questo è un gran bel frac. Ci va vicino.»

«Devo dirti, Edmond, che il tuo amico bionico, Winston… è davvero inquietante.»

Kirsch fece un sorriso raggiante. «Stupefacente, vero? Non crederai a quello che sono riuscito a realizzare quest’anno nel campo dell’intelligenza artificiale… salti quantici. Ho sviluppato alcune innovative tecnologie proprietarie che permettono alle macchine di risolvere i problemi e autoregolarsi in modo del tutto nuovo. Winston è ancora da perfezionare, ma migliora di giorno in giorno.»

Langdon notò che nell’ultimo anno intorno agli occhi da ragazzino di Edmond erano comparse delle rughe profonde. Aveva l’aria stanca. «Edmond, ti spiacerebbe dirmi perché mi hai fatto venire qui?»

«A Bilbao? O dentro la spirale di Richard Serra?»

«Cominciamo dalla spirale» rispose Langdon. «Sai che soffro di claustrofobia.»

«Appunto. Lo scopo di questa serata è spingere le persone a mettersi in gioco» disse Edmond con un sorriso compiaciuto.

«È sempre stata la tua specialità.»

«E poi avevo bisogno di parlarti, e non volevo farmi vedere prima dello spettacolo» aggiunse Kirsch.

«Perché le rockstar non si mescolano mai con gli ospiti prima di un concerto?»

«Esatto!» rispose Kirsch scherzando. «Le rockstar appaiono magicamente sul palco dietro uno sbuffo di fumo.»

Sopra di loro, le luci si abbassarono e tornarono subito ad alzarsi. Kirsch scostò la manica della giacca di pelle e guardò l’ora. Poi guardò di nuovo Langdon, facendosi improvvisamente serio. «Robert, non abbiamo molto tempo. Questa serata sarà un’occasione incredibile per me. Anzi, lo sarà per tutta l’umanità.»

Langdon avvertì un brivido di trepidazione.

«Di recente ho fatto una scoperta scientifica» proseguì Edmond. «È una conquista che avrà ripercussioni di larga portata. Quasi nessuno sulla terra ne è al corrente, e stasera – tra poco – parlerò al mondo in diretta e annuncerò la mia scoperta.»

«Non so cosa dire» rispose Langdon. «Sembra tutto così incredibile.»

«Prima di divulgare questa informazione, Robert, ho bisogno del tuo consiglio» aggiunse Edmond abbassando la voce, e il suo tono si fece inquieto. Non era da lui. «Temo che da questo possa dipendere la mia vita.»

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