Origin
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«Non sono un mostro» dichiarò Ávila, facendo un sospiro di sollievo mentre si liberava la vescica in un sudicio orinatoio in un’area di servizio deserta sulla statale N-240.
Di fianco a lui, l’autista di Uber stava tremando, a quanto pareva troppo spaventato per urinare. «Lei ha minacciato… la mia famiglia.»
«Ma se ti comporti bene» ribatté Ávila «ti assicuro che non le verrà fatto alcun male. Basta che mi porti a Barcellona, e ci lasceremo da amici. Ti restituirò il portafogli, dimenticherò il tuo indirizzo di casa e non dovrai mai più preoccuparti di me.»
L’autista fissava dritto davanti a sé, le labbra che tremavano.
«Sei un uomo di fede» proseguì Ávila. «Ho visto la croce papale sul tuo parabrezza. E non importa quel che pensi di me, potrai comunque trovare la pace sapendo che stasera stai facendo la volontà di Dio.» Finì di urinare. «Le vie del Signore sono misteriose.»
Ávila fece un passo indietro e controllò la pistola di ceramica che teneva infilata nella cintura. Era carica con l’unico proiettile che gli era rimasto. Si domandò se avrebbe dovuto usarla quella notte.
Si avvicinò al lavandino e fece scorrere l’acqua sui palmi, guardando il tatuaggio che il Reggente gli aveva ordinato di farsi in quel punto nel caso fosse stato catturato. “Una precauzione inutile” sospettò Ávila. In quel momento si sentiva uno spirito irrintracciabile che si muoveva nella notte.
Alzò lo sguardo sullo specchio sporco e si spaventò per il suo aspetto. L’ultima volta che si era visto, indossava l’alta uniforme bianca con il colletto rigido e il berretto della marina. Ora, dopo essersi tolto la giacca, con solo la T-shirt scollata a V e il berretto da baseball preso in prestito dal suo autista, sembrava più un camionista.
Per assurdo, l’uomo scarmigliato riflesso nello specchio gli ricordò com’era lui nel periodo successivo all’esplosione che aveva ucciso la sua famiglia, quando annegava l’autocommiserazione nell’alcol.
“Ero in un pozzo senza fondo.”
Sapeva che la svolta era avvenuta il giorno in cui Marco, il suo fisioterapista, lo aveva convinto con l’inganno a farsi accompagnare in auto in campagna per incontrare il “papa”.
Ávila non avrebbe mai dimenticato il momento in cui aveva avvistato gli strani campanili della cattedrale palmariana e, passando dagli imponenti cancelli di sicurezza, era entrato in chiesa mentre era in corso la messa del mattino e centinaia di fedeli erano inginocchiati in preghiera.
Il santuario era illuminato solo dalla luce naturale che entrava dalle alte vetrate istoriate, e nell’aria c’era un forte profumo di incenso. Quando Ávila aveva visto gli altari dorati e le panche di legno brunito, aveva capito che le voci sull’incredibile ricchezza dei palmariani erano vere. Quella cattedrale non aveva niente da invidiare a tutte quelle che lui aveva visto, eppure sapeva che quella chiesa cattolica era diversa dalle altre.
“I palmariani sono i nemici giurati del Vaticano.”
In piedi accanto a Marco in fondo alla cattedrale, Ávila aveva fatto scorrere lo sguardo sui fedeli e si era chiesto come avesse fatto quella setta a prosperare dopo avere sbandierato ai quattro venti la propria opposizione a Roma. A quanto pareva, la denuncia fatta dai palmariani del crescente lassismo del Vaticano aveva trovato il consenso dei credenti che desideravano un’interpretazione più conservatrice della fede.
Avanzando con le stampelle lungo la navata laterale, Ávila si era sentito un povero zoppo in pellegrinaggio a Lourdes nella speranza di una guarigione miracolosa. Un custode aveva salutato Marco e li aveva accompagnati verso alcuni posti a sedere in primissima fila, isolati dagli altri con un cordone. I fedeli nelle panche vicine avevano osservato con curiosità i due uomini a cui era stato riservato quel trattamento speciale. Ávila si era pentito di essersi lasciato convincere da Marco a indossare la sua uniforme della marina con le medaglie.
“Pensavo di incontrare il papa.”
Si era seduto e aveva sollevato lo sguardo sull’altare principale, dove un giovane parrocchiano in giacca e cravatta stava leggendo un passo della Bibbia. Aveva riconosciuto il brano dal Vangelo di Marco.
“‘Se avete qualcosa contro qualcuno’” aveva declamato il lettore “‘perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi le vostre colpe.’”
“Ancora perdono?” aveva pensato Ávila aggrottando la fronte. Gli sembrava di avere sentito pronunciare quella parola un migliaio di volte dalle suore e dagli psicologi che lo avevano seguito nei mesi successivi all’attacco terroristico.
Terminata la lettura, nel santuario erano risuonati gli accordi pieni di un organo a canne. I fedeli si erano alzati tutti insieme e anche Ávila, riluttante, si era rimesso in piedi a fatica, con una smorfia di dolore. Da una porta nascosta dietro l’altare era apparsa una figura, che aveva suscitato un moto di eccitazione tra la folla.
L’uomo doveva essere sui cinquant’anni, alto e impettito, con un portamento regale e uno sguardo intenso. Indossava una tonaca bianca, una stola dorata, una fascia ricamata in vita e una mitra pretiosa, tempestata di gemme. Era avanzato con le braccia tese verso i fedeli e sembrava librarsi in aria mentre si avvicinava al centro dell’altare.
“Eccolo” aveva sussurrato Marco emozionato. “Papa Innocenzo XIV.”
“Si fa chiamare papa Innocenzo XIV?” Ávila sapeva che i palmariani riconoscevano la legittimità dei papi fino a Paolo VI, morto nel 1978.
“Siamo arrivati appena in tempo” aveva detto Marco. “Sta per pronunciare l’omelia.”
Giunto all’altare, il papa era passato davanti al pulpito e aveva sceso i gradini in modo da essere allo stesso livello dei parrocchiani. Sistemato il radiomicrofono a spillo, aveva teso in avanti le mani e sorriso con calore.
“Buongiorno” aveva salmodiato in un sussurro.
La risposta dei fedeli era rimbombata nella chiesa. “Buongiorno!”
Il papa aveva continuato ad allontanarsi dall’altare per avvicinarsi ai fedeli. “Abbiamo appena ascoltato una lettura dal Vangelo di Marco” aveva esordito “un brano che ho scelto personalmente perché questa mattina vorrei parlarvi del perdono.”
Il papa si era spostato leggero verso Ávila e si era fermato nel corridoio tra le panche accanto a lui, a pochi centimetri di distanza, senza mai abbassare lo sguardo. Ávila aveva lanciato un’occhiata imbarazzata a Marco, che gli aveva fatto un cenno entusiasta.
“Per tutti noi il perdono implica uno sforzo enorme” aveva detto il papa ai fedeli. “Questo perché ci sono volte in cui le ingiustizie commesse contro di noi sembrano imperdonabili. Quando qualcuno uccide degli innocenti in un atto di puro odio, dovremmo fare come ci insegnano alcune Chiese e porgere l’altra guancia?” Era calato un silenzio di tomba, e il papa aveva abbassato ancora di più la voce. “Quando un estremista anticristiano fa scoppiare una bomba durante la messa del mattino nella cattedrale di Siviglia, e quella bomba uccide madri e bambini innocenti, come ci si può aspettare da noi il perdono? Far scoppiare una bomba è un atto di guerra, una guerra non solo contro i cattolici ma anche contro il bene… contro Dio stesso!”
Ávila aveva chiuso gli occhi, cercando di scacciare i terribili ricordi di quella mattina, e tutta la rabbia e il dolore che ancora si agitavano nel suo cuore. Mentre cresceva dentro di lui la collera, all’improvviso aveva avvertito sulla spalla il tocco delicato della mano del papa. Aveva aperto gli occhi, ma il papa non lo stava guardando. Quel contatto, però, era comunque deciso e rassicurante.
“Non dimentichiamo il nostro Terror Rojo” aveva continuato il papa, senza togliere la mano dalla spalla di Ávila. “Durante la Guerra civile, i nemici di Dio bruciarono le chiese e i monasteri di Spagna, uccidendo più di seimila preti e torturando centinaia di suore, obbligando le sorelle a ingoiare i grani dei loro rosari prima di violentarle e di gettarle nei pozzi delle miniere, incontro alla morte.” Aveva fatto una pausa a effetto perché le sue parole fossero recepite da tutti. “Quel genere di odio non è scomparso col tempo; anzi, si è inasprito, esacerbandosi, in attesa di diffondersi come un cancro. Amici miei, vi avverto, il male ci ingoierà completamente se non combattiamo la violenza con la violenza. Non sconfiggeremo mai il male se il nostro grido di battaglia sarà ‘perdono’.”
“Ha ragione” aveva pensato Ávila, avendo sperimentato di persona nell’esercito che essere “morbidi” con le cattive condotte era il modo migliore per farle peggiorare.
“Io credo” aveva continuato il papa “che in alcuni casi il perdono possa essere addirittura pericoloso. Se noi perdoniamo il male del mondo, diamo al male il permesso di crescere e diffondersi. Se rispondiamo a un atto di guerra con un atto di clemenza, incoraggiamo i nostri nemici a commetterne altri. Arriverà un momento in cui dovremo fare come Gesù e rovesciare con forza i tavoli dei cambiamonete, gridando: ‘Non è più tollerabile!’.”
“Sono d’accordo!” avrebbe voluto gridare Ávila mentre i fedeli annuivano in segno di approvazione.
“Ma noi agiamo?” aveva chiesto il papa. “La Chiesa cattolica di Roma ha preso posizione come ha fatto Gesù? No. Oggi noi affrontiamo i mali peggiori del mondo solo con la nostra capacità di perdonare, di amare, di essere clementi. E così facendo permettiamo… anzi, incoraggiamo il male a crescere. In risposta ai ripetuti crimini contro di noi, esprimiamo a mezza voce le nostre preoccupazioni in un linguaggio politicamente corretto, rammentandoci a vicenda che una persona cattiva è tale solo a causa della sua infanzia difficile, o della sua povertà, o perché ha subito violenze contro i suoi cari… e così non ha colpe per il suo odio. Io invece dico basta! Il male è il male. Abbiamo tutti dei problemi nella nostra vita!”
I fedeli erano scoppiati in un applauso spontaneo, cosa a cui Ávila non aveva mai assistito durante una messa cattolica.
“Oggi ho deciso di parlare del perdono” aveva proseguito il papa, continuando a tenere la mano sulla spalla ad Ávila “perché tra di noi c’è un ospite speciale. Vorrei ringraziare l’ammiraglio Luis Ávila per averci onorato della sua presenza. È un membro stimato e decorato della marina militare spagnola, e ha dovuto affrontare una malvagità inconcepibile. E, come tutti noi, ha fatto uno sforzo enorme per perdonare.”
Prima che Ávila potesse protestare, il papa aveva cominciato a raccontare nei minimi dettagli le vicissitudini della sua vita: la perdita della famiglia in un attacco terroristico, l’alcolismo e, infine, il fallito tentativo di suicidio. La prima reazione di Ávila era stata di rabbia nei confronti di Marco per avere tradito la sua fiducia ma poi, ascoltando la sua storia raccontata in quel modo, si era sentito stranamente rinvigorire. Era una pubblica ammissione di avere toccato il fondo e di essere riuscito in qualche modo, forse miracolosamente, a sopravvivere.
“Vorrei far capire a tutti voi” aveva detto il papa “che Dio è intervenuto nella vita dell’ammiraglio Ávila e lo ha salvato… per un fine superiore.”
Dopo quelle parole il papa palmariano Innocenzo XIV aveva abbassato per la prima volta lo sguardo su Ávila. A lui era parso che gli occhi profondamente incavati dell’uomo gli penetrassero l’anima, e si era sentito pervadere da una sensazione di forza che non provava da anni.
“Ammiraglio Ávila” aveva proclamato il papa “io credo che la tragica perdita che lei ha subito non ammetta perdono. Credo che la sua rabbia imperitura, il suo legittimo desiderio di vendetta, non possa essere lenito porgendo l’altra guancia. Né così deve essere! Il dolore sarà il catalizzatore della sua salvezza. E noi siamo qui per sostenerla! Per amarla! Per stare al suo fianco e aiutarla a trasformare la rabbia in una forza potente al servizio del bene nel mondo! Sia lodato il Signore!”
“Sempre sia lodato!” gli avevano fatto eco i fedeli.
“Ammiraglio Ávila” aveva proseguito il papa, fissandolo ancora più intensamente negli occhi. “Qual è il motto dell’Armada spagnola?”
“Pro Deo et patria” aveva risposto Ávila senza esitazioni.
“Sì, Pro Deo et patria. Per Dio e per la patria. Oggi siamo tutti onorati di essere alla presenza di un ufficiale decorato della marina che ha servito così bene il suo paese.” Il papa aveva fatto una pausa, chinandosi in avanti. “Ma… e Dio?”
Ávila aveva fissato gli occhi penetranti dell’uomo, provando un improvviso senso di vertigine.
“La sua vita non è finita, ammiraglio” aveva sussurrato il papa. “E nemmeno la sua opera. È proprio per questo che Dio l’ha salvata. La missione per cui lei ha giurato è compiuta solo a metà. Ha servito il suo paese, sì… ma non ha ancora servito Dio!”
Era stato come se Ávila fosse stato colpito da un proiettile.
“La pace sia con voi!” aveva proclamato il papa.
“E con il tuo spirito!” avevano risposto i fedeli.
All’improvviso Ávila si era ritrovato sommerso da un mare di sostenitori che gli manifestavano la loro simpatia come mai gli era successo prima. Aveva scrutato negli occhi i parrocchiani alla ricerca delle tracce di fanatismo religioso che aveva temuto di trovarvi, ma vi aveva scorto solo ottimismo, benevolenza e una sincera passione nel fare il volere di Dio… proprio ciò che ad Ávila era mancato, come si era accorto in quel momento.
Da quel giorno, con l’aiuto di Marco e del suo nuovo gruppo di amici, aveva cominciato la lunga risalita dal pozzo profondo della disperazione. Aveva ripreso con rigore a praticare gli esercizi fisici e a nutrirsi in modo sano e, cosa ancora più importante, aveva ritrovato la fede.
Dopo parecchi mesi, terminata la fisioterapia, Marco gli aveva regalato una Bibbia rilegata in cuoio in cui aveva evidenziato una decina di brani.
Ávila ne aveva letto qualcuno a caso.
ROMANI 13,4È infatti al servizio di Dioper la giusta condannadi chi fa il male.SALMO 94,1Dio vendicatore, Signore,Dio vendicatore, risplendi!2 TIMOTEO 2,3Come un buon soldato di Gesù Cristo,soffri insieme con me.“Ricordi” gli aveva detto Marco sorridendo. “Quando il male solleva la testa nel mondo, Dio opera attraverso di noi in modi diversi, per manifestare la sua volontà sulla terra. Il perdono non è l’unica via verso la salvezza.”
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