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Origin

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A oltre un decennio dalla sua nascita, il dark web resta un mistero per la stragrande maggioranza degli utenti della rete. Inaccessibile con i normali motori di ricerca, quest’area oscura del World Wide Web permette di accedere in totale anonimato a una sorprendente varietà di attività e merci illecite.

Dalle sue umili origini come hosting di Silk Road – il primo mercato nero elettronico di droghe –, il dark web si è evoluto in un grande network di siti illegali che offrono armi, materiale pedopornografico, segreti politici e persino prestazioni di alcuni professionisti tra cui prostitute, hacker, spie, terroristi e sicari.

Ogni settimana il dark web ospitava letteralmente milioni di transazioni e quella sera, fuori dai ruin bars di Budapest, stava per essere portata a termine proprio una di quelle.

L’uomo in jeans e berretto da baseball avanzava furtivo lungo la Kazinczy, seguendo con discrezione la sua preda. Negli ultimi anni si era guadagnato da vivere con missioni simili, sempre concordate attraverso una manciata di siti molto noti nel suo ambiente, Unfriendly Solution, Hitman Network e Besa Mafia.

Quella degli omicidi su commissione era un’industria che valeva miliardi di dollari e cresceva ogni giorno, grazie alle garanzie fornite dal web: trattative anonime e pagamenti in bitcoin, non tracciabili. La maggior parte degli omicidi aveva come moventi truffe assicurative, cattivi rapporti tra soci, matrimoni turbolenti, ma alla persona che portava a termine il lavoro il movente non doveva interessare.

“Nessuna domanda” disse fra sé il killer. “Questa è la regola non scritta alla base della mia attività.”

Aveva accettato l’incarico di quella sera parecchi giorni prima. Un anonimo committente gli aveva offerto centocinquantamila euro per sorvegliare la casa di un vecchio rabbino e tenersi “a disposizione” nel caso fosse stato necessario agire. “Agire”, in quel caso, significava introdursi nella casa dell’uomo e iniettargli del cloruro di potassio, provocandone la morte improvvisa, apparentemente per un attacco di cuore.

Quella sera sul tardi, il rabbino era uscito di casa all’improvviso ed era arrivato in autobus fino a un quartiere malfamato. Il killer lo aveva seguito e, attraverso il programma criptato sullo smartphone che lo rendeva anonimo, aveva informato il suo committente degli sviluppi.

Obiettivo uscito di casa. Preso autobus fino a quartiere di locali notturni. Forse deve incontrare qualcuno?La risposta del suo committente era stata quasi immediata.

Procedere.Ora, tra i ruin bars e i vicoli bui, quello che era iniziato come un pedinamento era diventato un mortale gioco del gatto col topo.

Sudato e ansante, il rabbino Yehuda Köves avanzava lungo la Kazinczy. Aveva i polmoni in fiamme e gli pareva che stesse per scoppiargli la vescica.

“Ho solo bisogno di un gabinetto e di un po’ di riposo” pensò, fermandosi tra la folla radunata fuori dallo Szimpla Kert, uno dei più grandi e più famosi locali della città. La clientela era così eterogenea in termini di età e professione che nessuno degnò di uno sguardo il vecchio rabbino.

“Mi fermerò solo un momento” si disse, andando verso il bancone.

Ai suoi tempi era un bel palazzo di pietra con la facciata abbellita da un elegante balcone e finestre alte, ma ora lo Szimpla non era che un guscio fatiscente coperto di graffiti. Mentre attraversava l’ampio porticato di quella che era stata una distinta residenza di città, passò sotto un architrave su cui compariva una scritta misteriosa: EGG-ESH-AY-GED-REH!

Gli ci volle un momento per rendersi conto che quella non era altro che la trascrizione della pronuncia della parola ungherese egézségedre, che significava “alla salute!”.

Entrando, Köves fissò sbalordito l’interno del bar. Il palazzo decrepito aveva al centro un vasto cortile arredato con alcuni degli oggetti più strani che lui avesse mai visto: un divano ricavato da una vasca da bagno, manichini in sella a biciclette sospese per aria, una vecchia Trabant della Germania dell’Est svuotata e trasformata in un improvvisato salottino per i clienti.

Il cortile era racchiuso da muri alti adornati con un mosaico di graffiti colorati, manifesti dell’epoca sovietica, sculture classiche e piante in vaso che ricadevano dai ballatoi gremiti di clienti che si agitavano al ritmo martellante della musica. L’aria odorava di sigarette e di birra. Giovani coppie si baciavano appassionatamente sotto gli occhi di tutti mentre altri fumavano con discrezione piccole pipe e bevevano bicchierini di pálinka, un popolare superalcolico ottenuto dalla frutta.

Köves trovava ironico che gli uomini, pur essendo le più sublimi tra le creature di Dio, fossero ancora essenzialmente degli animali, e che il loro comportamento fosse dettato in gran parte dalla ricerca di comodità materiali. “Diamo conforto al corpo nella speranza che anche l’anima ne tragga giovamento.” Köves passava gran parte del suo tempo a dare consigli a coloro che troppo indulgevano nelle tentazioni animali della carne – principalmente cibo e sesso –, e con il crescere della dipendenza da internet e dalle droghe sintetiche a basso costo il suo compito si era fatto ogni giorno sempre più complicato.

L’unica comodità materiale di cui Köves aveva bisogno in quel momento era una toilette, e rimase costernato nel vedere che c’erano ben dieci persone in fila prima di lui. Non potendo aspettare, salì con circospezione al piano superiore dove, gli avevano detto, ne avrebbe trovate numerose altre. Arrivato al primo piano, il rabbino attraversò un labirinto di camere e salette collegate tra loro, ognuna con il suo piccolo bar o sedie e tavolini. Chiese a uno dei baristi dove fosse il bagno, e l’uomo gli indicò un corridoio parecchio lontano, accessibile dal ballatoio che dava sul cortile.

Köves si diresse rapido al ballatoio e lo seguì, appoggiandosi con la mano alla ringhiera. Mentre andava, lanciò un’occhiata distratta al cortile affollato sotto di lui, dove un mare di giovani ballava al ritmo pulsante della musica.

Fu allora che lo vide.

Sentì il sangue gelarsi nelle vene e si fermò di colpo.

Là, in mezzo alla folla, l’uomo in jeans e berretto da baseball stava guardando verso l’alto. E fissava proprio lui. Per un istante si guardarono negli occhi. Poi, con uno scatto da pantera, l’uomo col berretto passò all’azione, facendosi largo tra i clienti e lanciandosi su per le scale.

Il killer salì le scale di corsa, scrutando ogni faccia che incrociava. Conosceva bene il locale, e in un attimo arrivò al ballatoio su cui aveva visto l’obiettivo.

Il rabbino era sparito.

Non avendolo incrociato, il killer capì che doveva essersi infilato da qualche parte.

Alzando lo sguardo verso il corridoio buio più avanti, sorrise. Credeva di sapere dove avrebbe cercato di nascondersi il suo obiettivo.

Il corridoio era stretto e puzzava di urina. In fondo c’era una porta di legno deformata.

Il killer avanzò a passo pesante lungo il corridoio e bussò forte alla porta.

Silenzio.

Bussò di nuovo.

Dall’interno una voce profonda grugnì che il bagno era occupato.

«Bocsásson meg!» si scusò il killer in tono allegro e finse di allontanarsi. Poi tornò sui suoi passi senza far rumore e appoggiò l’orecchio alla porta. Dentro, sentì il rabbino sussurrare disperato.

«Aiuto! Qualcuno sta cercando uccidermi! Era davanti a casa mia! Ora sono intrappolato dentro lo Szimpla Kert di Budapest! Per favore! Mandate qualcuno!»

Evidentemente il suo obiettivo aveva chiamato il numero delle emergenze. I tempi di risposta erano notoriamente lenti, ma al killer bastò quello che aveva sentito.

Si guardò alle spalle per accertarsi di essere solo, poi puntò la spalla muscolosa verso la porta, si allontanò appena e sincronizzò il suo attacco con il ritmo martellante della musica.

Il vecchio chiavistello cedette al primo tentativo, e la porta si spalancò. Il killer entrò, si richiuse la porta alle spalle e si voltò verso la sua preda.

L’uomo rannicchiato nell’angolo pareva tanto confuso quanto terrorizzato.

Il killer prese il telefono del rabbino, interruppe la chiamata e gettò il cellulare nel gabinetto.

«Chi ti ha mandato?» balbettò il rabbino.

«Il bello della mia attività» rispose l’uomo «è che non ho modo di saperlo.»

Il vecchio ora ansimava, sudando copiosamente. D’un tratto cominciò a boccheggiare, strabuzzando gli occhi, e si portò tutte e due le mani al petto.

“Non è possibile” pensò il killer, sorridendo. “Gli sta venendo un infarto?”

Il vecchio si contorceva e rantolava sul pavimento del bagno, con gli occhi che imploravano pietà, il volto paonazzo e le mani che parevano voler strappare il petto. Poi crollò a faccia in giù sulle mattonelle luride, e lì rimase, tremante, mentre la vescica si svuotava nei pantaloni, e sul pavimento compariva un rivoletto di urina.

Alla fine il rabbino restò immobile.

Il killer si accucciò e rimase in ascolto. Nessun respiro.

Allora si alzò in piedi con un sogghigno soddisfatto. «Hai reso il mio lavoro molto più semplice di quanto pensassi.»

Con quelle parole andò deciso verso la porta.

I polmoni del rabbino Köves erano affamati d’aria.

Si era appena esibito nella miglior rappresentazione della sua vita.

Rischiando di perdere i sensi, rimase immobile ascoltando i passi del suo aggressore allontanarsi sul pavimento del bagno. La porta si aprì con uno scricchiolio e si richiuse con un clic.

Silenzio.

Köves si costrinse ad attendere ancora qualche secondo per essere certo che il suo aggressore si fosse allontanato lungo il corridoio. Poi, incapace di resistere un altro istante, espirò e iniziò a fare respiri profondi e rinvigorenti. Persino l’aria puzzolente del bagno pareva un dono del cielo.

Lentamente aprì gli occhi. Aveva la vista appannata per la mancanza d’ossigeno. Quando sollevò la testa, che gli pulsava ancora, la vista cominciò a schiarirsi. Sconcertato, vide una sagoma scura in piedi contro la porta chiusa.

L’uomo con il berretto da baseball lo guardava, sorridendo.

Köves si immobilizzò. “Non è mai uscito dal bagno.”

Il killer fece due passi verso di lui e, con una morsa d’acciaio, afferrò il rabbino per il collo e gli spinse la faccia contro il pavimento.

«Sei riuscito a trattenere il fiato» ringhiò «ma non sei riuscito a fermare il cuore.» Fece una risata. «Non preoccuparti, ti aiuterò io.»

Un attimo dopo, Köves sentì una fitta bruciante al collo. Una massa di fuoco gli scese nella gola e gli salì al cervello. Köves capì che ora il suo cuore si sarebbe fermato per davvero.

Dopo aver dedicato gran parte della propria vita ai misteri del Shamayim – la dimora di Dio e dei giusti –, il rabbino Yehuda Köves comprese che mancava solo un soffio e poi avrebbe avuto tutte le risposte che cercava.

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