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Origin

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Il Széchenyi Lánchíd – il ponte delle Catene, uno dei ponti di Budapest – si estende per quasi quattrocento metri attraverso il Danubio. Simbolo del legame tra Oriente e Occidente, il ponte è considerato uno dei più belli del mondo.

“Cosa sto facendo?” si chiese il rabbino Köves, sporgendosi dalla ringhiera per guardare l’acqua scura e vorticosa sotto di lui. “Il vescovo mi ha consigliato di restare a casa.”

Sapeva che non avrebbe dovuto avventurarsi fuori, ma ogni volta che si sentiva turbato il ponte lo attirava là. Per anni vi si era recato, di notte, per riflettere mentre ammirava il panorama senza tempo. A oriente, a Pest, la facciata illuminata del Palazzo Gresham si stagliava maestosa contro i campanili della basilica di Santo Stefano. A occidente, a Buda, in alto sulla collina, si ergevano le mura fortificate del castello. E verso nord, sulla riva del Danubio, svettavano le eleganti spire del parlamento, l’edificio più grande di tutta l’Ungheria.

Köves sospettava, però, che non fosse il panorama ad attrarlo continuamente al ponte delle Catene. Era qualcos’altro.

“I lucchetti.”

Alla ringhiera del ponte e intorno ai cavi di sospensione erano appesi centinaia di lucchetti, ognuno con un diverso paio di iniziali, ognuno unito per sempre al ponte.

L’usanza voleva che due innamorati venissero insieme sul ponte, incidessero le loro iniziali su un lucchetto, lo agganciassero al ponte e poi gettassero la chiave nell’acqua profonda, dove sarebbe stata smarrita per sempre… un simbolo del loro amore eterno.

“La più semplice delle promesse” pensò Köves, sfiorando uno dei lucchetti. “La mia anima è legata alla tua, per sempre.”

Ogni volta che sentiva il bisogno di avere la conferma che al mondo esiste l’amore sconfinato, veniva a guardare quei lucchetti. Come quella sera. Mentre fissava l’acqua vorticosa, gli parve che il mondo si muovesse troppo in fretta per lui. “Forse non è più questo il mio posto.”

Quelli che un tempo erano tranquilli momenti di solitaria riflessione – qualche minuto da soli su un autobus, una passeggiata per andare al lavoro, l’attesa di qualcuno a un appuntamento – ora parevano insopportabili, e le persone istintivamente mettevano mano ai cellulari, alle cuffiette, ai giochi, incapaci di resistere all’assuefazione da tecnologia. I miracoli del passato stavano scomparendo, cancellati da un insaziabile appetito per tutto ciò che era nuovo.

Ora, mentre fissava l’acqua, Yehuda Köves si sentì sempre più affaticato. La sua vista si fece confusa e lui cominciò a scorgere strane forme amorfe che si agitavano sotto la superficie dell’acqua. Il fiume gli parve all’improvviso un calderone di creature che risalivano alla vita dall’abisso.

«A víz él» disse una voce dietro di lui. “L’acqua è viva.”

Köves si voltò e vide un ragazzino con i capelli ricci e gli occhi pieni di speranza. Gli ricordò se stesso da giovane. «Come?» disse.

Il ragazzino aprì la bocca per parlare ma, invece di parole, dalla sua gola uscì un ronzio elettronico e i suoi occhi sprizzarono un lampo di luce bianca e accecante.

Köves si svegliò con un rantolo, mettendosi a sedere di scatto sulla sedia.

«Oy gevalt!»

Il telefono sulla scrivania stava squillando e l’anziano rabbino si voltò di colpo, frugando con lo sguardo lo studio. Grazie al cielo, era solo. Il cuore gli batteva all’impazzata.

“Che strano sogno” pensò, cercando di riprendere fiato.

Il telefono continuò a squillare, insistente, e Köves capì che a quell’ora doveva essere il vescovo Valdespino che lo chiamava per aggiornarlo sul suo trasferimento a Madrid.

«Vescovo Valdespino» disse, rispondendo, ancora disorientato. «Che novità ci sono?»

«Rabbino Yehuda Köves?» chiese una voce sconosciuta. «Lei non mi conosce, e io non voglio spaventarla, ma deve ascoltarmi attentamente.»

Di colpo Köves si sentì perfettamente sveglio.

Era una voce di donna, ma sembrava camuffata, come distorta. Parlava a macchinetta, in un inglese dal leggero accento spagnolo. «Sto filtrando la mia voce per mantenere la segretezza. Me ne scuso, ma tra un momento capirà il motivo.»

«Chi parla?» chiese Köves.

«Diciamo che sono un vigilante… una persona che non apprezza chi cerca di nascondere la verità al pubblico.»

«Io… non capisco.»

«Rabbino Köves, so che tre giorni fa lei ha partecipato a un incontro privato con Edmond Kirsch, il vescovo Valdespino e l’allamah Syed al-Fadl al monastero di Montserrat.»

“Come fa a saperlo?!”

«Inoltre, so che Edmond Kirsch ha fornito a tutti e tre esaurienti informazioni sulla sua recente scoperta scientifica… e che ora lei è coinvolto in una cospirazione per tenerla segreta.»

«Cosa?»

«Se non mi ascolta attentamente, prevedo che entro domattina lei sarà morto, eliminato dalla longa manus del vescovo Valdespino.» La donna fece una pausa. «Proprio come Edmond Kirsch e il suo amico Syed al-Fadl.»

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