Origin
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Il più antico ed esclusivo corpo di sicurezza della Spagna – la Guardia Real – ha un’orgogliosa tradizione che risale al Cinquecento. I suoi uomini considerano un loro preciso dovere nei confronti di Dio garantire la sicurezza della famiglia reale, proteggerne le proprietà e difenderne l’onore.
Il comandante Diego Garza – responsabile dei quasi duemila uomini della Guardia Real – era un sessantenne mingherlino dalla carnagione scura, con occhi piccoli e un riporto di capelli scuri e radi lisciati all’indietro a nascondere la testa calva e coperta di macchie. I lineamenti da roditore e la bassa statura lo facevano passare quasi del tutto inosservato, cosa utile per dissimulare la sua enorme influenza tra le mura del Palazzo.
Garza aveva imparato da tempo che il vero potere non veniva dalla forza fisica ma dall’influenza politica. La sua posizione al vertice della Guardia Real gli garantiva certamente grande potere, ma erano la sua lungimiranza e il suo acume politico ad aver fatto di lui l’uomo a cui rivolgersi per una molteplicità di questioni, sia personali sia professionali.
Attento custode di segreti, Garza non aveva mai tradito una confidenza. La sua reputazione di uomo ostinatamente discreto, unita alla sua straordinaria abilità nel risolvere anche i problemi più delicati, lo aveva reso indispensabile al re. Ora, però, mentre l’anziano sovrano di Spagna trascorreva i suoi ultimi giorni al Palazzo della Zarzuela, Garza come molti altri a corte aveva davanti un futuro incerto.
Per oltre quattro decenni il re aveva governato un paese turbolento, che si era dato un regime di monarchia parlamentare dopo trentasei anni di sanguinaria dittatura sotto l’ultraconservatore generale Francisco Franco. Dalla morte di Franco, avvenuta nel 1975, il re aveva cercato di lavorare fianco a fianco con il governo per consolidare il processo democratico della Spagna, riportando gradualmente e lentamente il paese a sinistra.
Per i giovani, il cambiamento era troppo lento.
Per i tradizionalisti, ormai vecchi, il cambiamento era un’empietà.
Molti membri dell’establishment spagnolo difendevano ancora con accanimento la dottrina conservatrice di Franco, in particolare la sua idea del cattolicesimo come religione di Stato e ossatura morale della nazione. Un numero sempre crescente di giovani, però, si opponeva con forza a questa visione, denunciando apertamente l’ipocrisia della religione costituita e chiedendo una maggiore separazione tra Chiesa e Stato.
Ora, nessuno sapeva quale sarebbe stato l’orientamento del principe, un quarantenne pronto ad ascendere al trono. Per decenni Don Julián aveva assolto ai suoi compiti cerimoniali in modo impeccabile, rimettendosi al padre per le questioni politiche, senza mai lasciar trasparire le sue personali posizioni. Quasi tutti gli opinionisti prevedevano che sarebbe stato molto più progressista del padre, ma in realtà non c’era modo di saperlo con certezza.
Quella sera, però, il mistero sarebbe stato svelato.
Alla luce degli scioccanti avvenimenti di Bilbao, e dato che il re non poteva parlare in pubblico a causa del suo stato di salute, il principe non avrebbe avuto altra scelta che intervenire e prendere una posizione.
Parecchie personalità di governo, tra cui il presidente del paese, avevano già condannato l’omicidio, rinviando scaltramente ogni altro commento finché il Palazzo reale non avesse emesso un comunicato… passando di fatto la patata bollente nelle mani del principe Julián. Garza non era sorpreso: il coinvolgimento della futura regina, Ambra Vidal, faceva della vicenda una bomba politica che nessuno voleva toccare.
“Questa sera il principe Julián sarà messo alla prova” pensò Garza, correndo su per la grande scalinata verso gli appartamenti reali. “Avrà bisogno di una guida e, con il padre infermo, sarò io a fornirgliela.”
Garza percorse a grandi passi tutto il corridoio della residencia e finalmente arrivò alla porta del principe. Fece un respiro profondo e bussò.
“Strano” pensò, non ricevendo risposta. “So che è dentro.” Secondo Fonseca, che era a Bilbao, il principe Julián aveva appena chiamato dall’appartamento e stava cercando di mettersi in contatto con Ambra Vidal per accertarsi che fosse al sicuro, come grazie al cielo era.
Garza bussò di nuovo, sempre più preoccupato non ricevendo risposta.
Si affrettò a tirare fuori la chiave e ad aprire la porta. «Don Julián?» chiamò, entrando.
L’appartamento era immerso nell’oscurità, tranne che per la luce tremolante del televisore in soggiorno. «Don Julián?»
Garza si precipitò dentro e trovò il principe in piedi, al buio, una silhouette immobile davanti all’alta finestra panoramica. Era ancora vestito di tutto punto con l’abito di alta sartoria che indossava alle riunioni di quella mattina.
Osservandolo in silenzio, Garza si sentì turbato dallo stato del principe, che sembrava come in trance. “Questa crisi deve proprio averlo sconvolto.”
Si schiarì la gola per annunciare la propria presenza.
Finalmente il principe parlò, senza girarsi. «Quando ho chiamato Ambra» disse «si è rifiutata di parlare con me.» Il suo tono sembrava più perplesso che offeso.
Garza non sapeva cosa rispondere. Considerati gli avvenimenti di quella sera, pareva inconcepibile che le preoccupazioni di Julián fossero per la sua relazione con Ambra… un fidanzamento che era stato forzato fin dal suo infelice inizio.
«Immagino che la signorina Vidal sia ancora sotto shock» disse Garza a bassa voce. «Fonseca la porterà qui più tardi. Potrà parlarle allora. E mi lasci aggiungere che sono immensamente sollevato di sapere che è al sicuro.»
Il principe Julián annuì con aria assente.
«Siamo sulle tracce dell’assassino» aggiunse Garza, nel tentativo di cambiare argomento. «Fonseca mi ha garantito che il terrorista sarà presto catturato.» Aveva usato intenzionalmente la parola “terrorista” nella speranza di riscuotere il principe dal suo stordimento.
Lui, però, si limitò a fare un altro cenno col capo.
«Il presidente ha condannato pubblicamente l’assassinio» proseguì Garza «ma il governo spera in un suo commento… considerato il coinvolgimento di Ambra.» Fece una pausa. «Mi rendo conto che la situazione è imbarazzante, visto il suo fidanzamento, ma le suggerirei di dire semplicemente che una delle cose che ammira di più nella sua fidanzata è l’indipendenza, e che, pur non condividendo le opinioni di Edmond Kirsch, lei approva che Ambra abbia rispettato i suoi impegni come direttrice del museo. Sarei felice di scrivere qualcosa per lei, se lo desidera. Dovremmo rilasciare una dichiarazione per i notiziari della mattina.»
Lo sguardo di Julián non si staccò dalla finestra. «Vorrei avere l’opinione del vescovo Valdespino prima di rilasciare qualsiasi dichiarazione.»
Garza strinse la mascella e represse il proprio dissenso. La Spagna postfranchista era uno estado aconfesional, cioè non aveva più una religione di Stato, e la Chiesa non avrebbe dovuto intromettersi nelle questioni politiche, ma la sua intima amicizia con il re aveva sempre permesso al vescovo Valdespino di esercitare un’insolita influenza nelle questioni quotidiane del Palazzo. Purtroppo, l’intransigenza politica e il fanatismo religioso di Valdespino lasciavano poco spazio alla diplomazia e al tatto necessari ad affrontare la crisi di quella sera.
“Abbiamo bisogno di discrezione e savoir-faire, non di posizioni dogmatiche e parole di fuoco!”
Garza aveva capito da tempo che l’apparenza devota di Valdespino nascondeva una semplice verità: il vescovo era sempre stato al servizio di se stesso più che di Dio. Fino a poco tempo prima, Garza avrebbe anche potuto passarci sopra, ma ora che gli equilibri di potere a Palazzo stavano cambiando, la presenza del vescovo al fianco del principe era per lui motivo di grande preoccupazione.
“Valdespino è troppo vicino al principe già così.”
Garza sapeva che il principe aveva sempre considerato il vescovo uno di famiglia, più uno zio fidato che un’autorità religiosa. Essendo il più intimo confidente del re, a Valdespino era stato assegnato il compito di sovrintendere all’educazione morale del giovane Julián, e lui lo aveva fatto con dedizione e zelo, passando al vaglio tutti i precettori del principe, introducendolo alle dottrine della fede e dandogli consigli persino nelle faccende di cuore. Ora, anni dopo, anche quando Julián e Valdespino si trovavano in disaccordo su qualcosa, il legame tra loro restava comunque fortissimo.
«Don Julián» disse Garza con tono pacato «sono fermamente convinto che la situazione di stasera sia una cosa che io e lei dovremmo affrontare da soli.»
«Davvero?» chiese una voce stentorea dall’oscurità dietro di lui.
Garza si voltò di scatto, sbalordito nel vedere un fantasma con i paramenti sacri seduto nell’oscurità.
“Valdespino.”
«Devo dire, comandante» sibilò il vescovo «che pensavo che soprattutto lei avrebbe capito quanto ci sia bisogno di me, stasera.»
«Questa è una questione politica» ribatté Garza con fermezza. «Non religiosa.»
Valdespino sbuffò con aria di scherno. «Il solo fatto che lei si spinga a una simile affermazione mi dice che ho fortemente sopravvalutato il suo acume politico. Se vuole sapere la mia opinione, c’è una sola risposta appropriata a questa crisi. Dobbiamo immediatamente rassicurare la nazione che il principe Julián, il futuro re di Spagna, è un uomo profondamente religioso e un cattolico devoto.»
«Sono d’accordo… includeremo un accenno alla fede in qualunque dichiarazione farà.»
«E quando il principe Julián comparirà davanti alla stampa, avrà bisogno che io sia al suo fianco, che gli tenga una mano sulla spalla… un simbolo potente del suo forte legame con la Chiesa. Questa immagine rassicurerà la nazione più di qualunque discorso lei riesca a scrivere.»
Garza si risentì.
«Il mondo ha appena assistito a un brutale assassinio in terra spagnola» dichiarò Valdespino. «In tempi di violenza, niente risulta confortante quanto la mano di Dio.»
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