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La divisione della Guardia Real dedicata alla sicurezza elettronica si trova in un labirinto di stanze senza finestre al piano interrato del Palazzo reale. Volutamente separato dalla caserma e dall’armeria, il quartier generale della divisione è costituito da una decina di cubicoli dotati di computer, un centralino e un’intera parete occupata da monitor. Le otto persone dello staff – tutte sotto i trentacinque anni – hanno il compito di garantire una rete di comunicazione sicura al personale del Palazzo reale e alla Guardia Real, e di gestirne i sistemi di sorveglianza elettronica.

Quella sera, come sempre, l’aria nel centro sotterraneo era soffocante e puzzava di spaghetti riscaldati al microonde e popcorn. Le luci al neon emettevano un ronzio fastidioso.

“Ho chiesto io che mi mettessero qui” rifletté Martín.

Nonostante la posizione di “responsabile delle relazioni pubbliche” non facesse tecnicamente parte della Guardia Real, le sue mansioni richiedevano che avesse accesso a computer potenti e a uno staff esperto di informatica. Per questo la divisione per la sicurezza elettronica le era parsa la collocazione più logica per lei rispetto all’ufficio poco attrezzato al piano di sopra.

“Questa sera” pensò Martín “avrò bisogno di tutta la tecnologia disponibile.”

Negli ultimi mesi, tutti i suoi sforzi si erano concentrati sull’obiettivo di far mantenere al Palazzo una linea ufficiale univoca durante il graduale trasferimento di poteri al principe Julián. Non era stato facile. La transizione da un leader all’altro aveva offerto agli oppositori della monarchia un’occasione per scatenarsi.

Secondo la costituzione spagnola, la monarchia era un simbolo dell’unità e della stabilità della Spagna. Martín, però, sapeva che da un po’ di tempo in Spagna non ce n’era molta, di unità. Nel 1931 l’avvento della Seconda repubblica aveva segnato la fine della monarchia, poi nel 1936 il colpo di Stato del generale Franco aveva fatto precipitare il paese in una guerra civile.

Oggi, nonostante la ripristinata monarchia fosse considerata una democrazia liberale, molti progressisti continuavano ad accusare pubblicamente il re di essere l’obsoleto vestigio di un passato religioso e militare oppressivo, oltre che il quotidiano memento del fatto che la Spagna aveva ancora molta strada da fare prima di poter entrare a far pienamente parte del mondo moderno.

La comunicazione di Mónica Martín nell’ultimo mese aveva cercato di trasmettere l’immagine di un re amato dal popolo, che non deteneva alcun vero potere. Ovviamente era un messaggio difficile da far passare quando il sovrano era il comandante in capo delle forze armate, oltre che il capo dello Stato.

“Capo di un paese” rifletté Martín “in cui la separazione tra Chiesa e Stato è sempre stata controversa.” Da molti anni gli stretti rapporti tra il re e il vescovo Valdespino erano oggetto di critiche da parte di liberali e laici convinti.

“E poi c’è il principe Julián” pensò.

Martín sapeva che era grazie al principe se aveva avuto quel lavoro, ma ultimamente lui lo aveva reso di certo più difficile. Qualche settimana prima, aveva commesso il peggior errore di comunicazione che lei avesse mai visto.

Sulla televisione nazionale, si era messo in ginocchio e aveva fatto una ridicola proposta di matrimonio ad Ambra Vidal. Quell’atroce momento avrebbe potuto essere più imbarazzante solo se Ambra si fosse rifiutata di sposarlo, cosa che, fortunatamente, aveva avuto il buonsenso di non fare.

Purtroppo, nel periodo immediatamente successivo, Ambra Vidal si era rivelata più irrequieta di quanto il principe avesse previsto e le ricadute negative del comportamento dell’ultimo mese erano diventate una delle principali preoccupazioni di Martín. Lo tsunami mediatico generato dagli avvenimenti di Bilbao aveva raggiunto livelli senza precedenti. Nell’ultima ora, il mondo era stato travolto da una virale proliferazione di teorie complottiste, tra cui figuravano nuove illazioni sul conto del vescovo Valdespino.

Lo sviluppo più significativo riguardava l’omicida del Guggenheim, che aveva avuto accesso all’evento di Kirsch “su ordine di qualcuno all’interno del Palazzo reale”. Quella imbarazzante notizia aveva scatenato un diluvio di teorie complottiste che accusavano il re e il vescovo Valdespino di aver architettato l’omicidio di Edmond Kirsch, un semidio del mondo digitale e un eroe per gli americani, che aveva scelto di abitare in Spagna.

“Questo distruggerà Valdespino” pensò Martín.

«Ascoltate, tutti quanti!» gridò Garza entrando come una furia nella sala operativa. «Il principe Julián e il vescovo Valdespino sono qui nel Palazzo, insieme, da qualche parte! Controllate tutti i filmati delle telecamere e trovateli. Subito!»

Il comandante entrò a passo deciso nell’ufficio di Martín e, parlando a bassa voce, la mise al corrente della situazione.

«Spariti?» disse lei, incredula. «E hanno lasciato i cellulari dentro la cassaforte del principe?»

Garza si strinse nelle spalle. «Evidentemente per non essere rintracciati.»

«Be’, invece sarà meglio che li troviamo» dichiarò Martín. «Il principe Julián deve fare subito una dichiarazione, e deve prendere il più possibile le distanze da Valdespino.» Gli riferì tutti gli ultimi sviluppi.

Ora fu Garza a stupirsi. «Sono tutte dicerie. Non è possibile che Valdespino c’entri qualcosa.»

«Forse no, ma l’omicidio sembra legato alla Chiesa cattolica. Qualcuno ha appena trovato un collegamento diretto tra l’assassino e un eminente personaggio della Chiesa. Guardi qui.» Martín richiamò l’ultimo aggiornamento di ConspiracyNet, anche questo attribuito alla sentinella del web che si faceva chiamare monte@iglesia.org. «È andato in rete qualche minuto fa.»

Garza si chinò e cominciò a leggere l’aggiornamento. «Il papa!» esclamò. «C’è un personale collegamento tra Ávila e…»

«Vada avanti a leggere.»

Quando Garza ebbe finito, si allontanò dallo schermo e sbatté ripetutamente le palpebre, come se cercasse di svegliarsi da un brutto sogno.

In quel momento, una voce maschile gridò dalla sala operativa: «Comandante Garza? Li ho trovati!».

Garza e Martín corsero al cubicolo di Suresh Bhalla, uno specialista in sorveglianza di origini indiane, che indicò un monitor su cui scorreva un filmato delle telecamere di sicurezza: si vedevano due figure, una che indossava una veste talare svolazzante e l’altra un completo scuro. Pareva stessero camminando su una passerella di legno.

«Giardino lato est» disse Suresh. «Due minuti fa.»

«Sono usciti dall’edificio?» esclamò Garza.

«Un momento, signore.» Suresh fece avanzare velocemente il filmato, riuscendo a seguire il percorso del vescovo e del principe grazie a varie telecamere sistemate a intervalli regolari nel complesso del Palazzo, mentre i due uscivano dal giardino e attraversavano un cortile cintato da muri.

«Dove stanno andando?»

Martín si era fatta un’idea in proposito, e vide che Valdespino aveva scaltramente seguito un percorso tortuoso che permetteva loro di tenersi lontani dai furgoni dei media parcheggiati sulla piazza principale.

Come immaginava, Valdespino e Julián arrivarono all’entrata di servizio sul lato sud della cattedrale dell’Almudena e lì il vescovo aprì la porta chiusa a chiave e fece entrare il principe. La porta si richiuse e i due sparirono.

Garza rimase a fissare lo schermo in silenzio, cercando di dare un senso a quanto aveva appena visto. «Tienimi informato» disse alla fine, e con un cenno chiamò Martín in disparte.

Quando furono lontani da orecchie indiscrete, Garza sussurrò: «Non ho idea di come il vescovo Valdespino sia riuscito a convincere il principe Julián a seguirlo fuori dal Palazzo, e a non portarsi dietro il cellulare, ma evidentemente il principe non sa di queste accuse contro Valdespino, altrimenti avrebbe preso le distanze da lui».

«Sono d’accordo» disse Martín. «E non vorrei avanzare congetture sulle intenzioni del vescovo, ma…» Lasciò la frase in sospeso.

«Ma cosa?» chiese Garza,

Martín fece un sospiro. «Da quanto ci è dato vedere, si direbbe che Valdespino abbia appena preso un ostaggio molto prezioso.»

Quattrocento chilometri più a nord, nell’atrio del Guggenheim, il telefono di Fonseca si mise a squillare. Era la sesta volta in venti minuti. Quando guardò il display per vedere da chi provenisse la chiamata, istintivamente si mise sull’attenti.

«¿Sí?» disse, col cuore che batteva forte.

La voce all’altro capo parlava in spagnolo, lentamente e con precisione. «Fonseca, come lei sa bene, la futura regina consorte di Spagna ha commesso un terribile errore questa sera, accompagnandosi alle persone sbagliate e causando grande imbarazzo al Palazzo. Per evitare ulteriori danni, è cruciale che lei la riporti qui il più presto possibile.»

«Temo che la posizione della signorina Vidal al momento sia ignota.»

«Quaranta minuti fa il jet di Edmond Kirsch è decollato dall’aeroporto di Bilbao, diretto a Barcellona» asserì l’interlocutore. «Credo che a bordo di quell’aereo ci fosse la signorina Vidal.»

«Come fa a saperlo?» chiese Fonseca senza riflettere e immediatamente si pentì del suo tono impertinente.

«Se facesse il suo lavoro» rispose la voce, piccata «lo saprebbe. Voglio che lei e il suo collega la seguiate immediatamente. All’aeroporto di Bilbao c’è un aereo militare che sta facendo rifornimento e vi aspetta per portarvi là.»

«Se la signorina Vidal è su quell’aereo» disse Fonseca «dev’essere con quel professore americano, Robert Langdon.»

«Sì» rispose la voce, alterata. «Non so come quell’uomo sia riuscito a convincere la signorina Vidal ad abbandonare le sue guardie del corpo per fuggire con lui, ma il signor Langdon è chiaramente un ostacolo. La vostra missione è di trovare la signorina Vidal e riportarla a Palazzo, anche con la forza, se necessario.»

«E se Langdon dovesse intromettersi?»

Ci fu un silenzio greve. «Fate del vostro meglio per limitare i danni collaterali» rispose la voce «ma questa crisi è abbastanza seria da rendere sacrificabile il professor Langdon.»

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