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Origin

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L’atrio del museo sembrava una cattedrale avveniristica.

Come Langdon entrò, il suo sguardo si spostò immediatamente verso l’alto, seguendo un gruppo di colossali pilastri bianchi che si ergevano accanto a strutture di vetro per quasi settanta metri fino a un soffitto a cupola, da cui faretti alogeni diffondevano una luce bianchissima. Una rete di balconate e passerelle sospese nel vuoto, affollate di ospiti in bianco e nero, permetteva ai visitatori di entrare e uscire dalle gallerie e di fermarsi davanti alle alte vetrate per ammirare il lago più in basso. Un ascensore di vetro scivolò silenzioso lungo la parete vicina, tornando al piano terra per caricare altri ospiti.

Langdon non aveva mai visto un museo come quello. Persino l’acustica era diversa. Invece dell’abituale riverente silenzio creato dai materiali fonoassorbenti, quel luogo era animato dall’eco cristallina delle voci che pareva sgocciolare dalle superfici di pietra e vetro. Per Langdon l’unica sensazione familiare era il sapore asettico alla base della lingua. L’aria dei musei era uguale in tutto il mondo: filtrata meticolosamente per eliminare particolati e ossidanti, veniva poi riportata a una percentuale di umidità del quarantacinque per cento aggiungendo acqua ionizzata.

Langdon superò una serie di controlli di sicurezza sorprendentemente accurati, notando la presenza di parecchie guardie armate, e alla fine si ritrovò davanti a un altro tavolo della reception. Una giovane donna distribuiva cuffie auricolari. «¿Audioguía?»

«No, grazie» rispose lui con un sorriso.

La donna, però, lo bloccò passando a un inglese perfetto. «Mi dispiace, signore, ma il nostro ospite, il signor Edmond Kirsch, ha chiesto che tutti indossino le cuffie. È parte dell’esperienza di questa sera.»

«Allora, ovviamente, le prenderò.» Langdon allungò una mano ma lei lo fermò, confrontando il nome della targhetta con un lungo elenco di ospiti, e poi gli porse le cuffie il cui numero corrispondeva a quello abbinato al suo nome.

«Questa sera i tour sono personalizzati per ogni singolo visitatore.»

“Com’è possibile?” Langdon si guardò attorno. “Ci saranno centinaia di ospiti.” Osservò le cuffie, un sottile archetto di metallo con minuscoli cuscinetti alle estremità.

Forse vedendo la sua espressione perplessa, la ragazza girò intorno al tavolo. «È un modello nuovo» disse, aiutandolo a indossare il dispositivo. «I trasduttori non vanno dentro le orecchie, ma poggiati sul viso.» Gli sistemò l’archetto dietro la testa in modo che i cuscinetti gli stringessero delicatamente il volto tra lo zigomo e la tempia.

«Ma come…»

«Conduzione ossea. I trasduttori portano il suono nelle ossa della mandibola, permettendogli di arrivare direttamente alla coclea. L’ho provata, prima, ed è incredibile… è come avere una voce dentro la testa. La cosa più bella è che si è liberi di conversare con altri.»

«Davvero ingegnoso.»

«La tecnologia è stata inventata dal signor Kirsch più di dieci anni fa. Ora è disponibile in diverse marche di cuffie in commercio.»

“Spero che Ludwig van Beethoven riceva la sua parte di guadagni” pensò Langdon, abbastanza sicuro che il primo inventore della conduzione ossea fosse proprio il famoso compositore che, diventato sordo, aveva scoperto che collegando un’asta di metallo al piano e mordendola riusciva a sentire perfettamente il suono attraverso le vibrazioni nella mandibola.

«Ci auguriamo che apprezzi questa nuova esperienza» disse la donna. «Ha circa un’ora di tempo per esplorare il museo prima della presentazione. La sua audioguida la avvertirà quando è il momento di salire nell’auditorium.»

«Grazie. Devo premere qualcosa per…»

«No, il dispositivo si attiva da solo. La sua visita guidata inizierà appena lei comincia a muoversi.»

«Ah, sì, certo» disse Langdon con un sorriso. Attraversò l’atrio, diretto verso un gruppo di altri ospiti che aspettavano l’ascensore, tutti con cuffie simili alla sua.

Era ancora a metà quando una voce maschile risuonò nella sua testa. «Buonasera e benvenuto al Guggenheim di Bilbao.»

Langdon sapeva che erano le cuffie, ma si fermò lo stesso di colpo e si voltò. L’effetto era incredibile, proprio come aveva detto la ragazza alla reception: pareva di avere una persona dentro la testa.

«Il mio più sincero benvenuto, professor Langdon.» La voce era cordiale e leggera, con un vivace accento inglese. «Il mio nome è Winston ed è un onore per me farle da guida questa sera.»

“Chi hanno preso per registrare questo? Hugh Grant?”

«Questa sera» proseguì la voce, gioviale «lei sarà libero di girovagare a suo piacimento, ovunque desideri, e io cercherò di darle informazioni su ciò che sta guardando.»

Evidentemente, oltre che di un brillante narratore, registrazioni personalizzate e tecnologia a conduzione ossea, ogni cuffia era dotata di un GPS per capire dove si trovasse esattamente il visitatore e di conseguenza quale commento generare.

«Mi rendo conto, signore» aggiunse la voce «che, essendo un professore di arte, lei è uno dei nostri ospiti più esperti e quindi non avrà bisogno dei miei input. O, peggio, è possibile che si trovi totalmente in disaccordo con la mia analisi di certe opere!» La voce fece una risata goffa e imbarazzata.

“Ma chi ha scritto questo testo?”

Langdon doveva riconoscere che il tono gioviale e il servizio dedicato erano un tocco davvero pregevole, ma non riusciva neppure a immaginare l’impegno necessario a personalizzare centinaia di cuffie.

Grazie al cielo la voce si zittì, come se avesse finito il discorsetto di benvenuto preprogrammato.

Langdon lanciò un’occhiata a un altro striscione rosso sospeso sopra la folla.

EDMOND KIRSCHQUESTA SERA CI SPINGEREMO OLTRE“Cosa starà mai per annunciare Edmond?”

Langdon voltò lo sguardo verso gli ascensori, dov’era in attesa un gruppetto di ospiti, tra cui due famosi fondatori di internet company a livello mondiale, un importante attore indiano e vari altri personaggi elegantissimi che probabilmente avrebbe dovuto conoscere ma la cui identità gli sfuggiva. Poco propenso e poco preparato a fare chiacchiere insulse sui social media e su Bollywood, Langdon andò nella direzione opposta, verso una grande opera moderna sistemata contro la parete più lontana.

L’installazione era racchiusa in uno spazio concavo e buio ed era costituita da nove sottili nastri luminosi che spuntavano da fessure nel pavimento e scomparivano in altrettante fessure nel soffitto. Parevano dei tappeti mobili che si muovevano in verticale. Ognuno trasportava un messaggio illuminato che scorreva verso l’alto.

I pray aloud… I smell you on my skin… I say your name.“Prego ad alta voce… Sento il tuo odore sulla mia pelle… Chiamo il tuo nome.” Avvicinandosi, però, Langdon si rese conto che i nastri in realtà erano immobili: l’illusione del movimento era data da una “pellicola” di minuscole luci al LED disposte su ognuno. Le luci si accendevano in rapida successione a formare parole che si materializzavano in basso, a livello del pavimento, correvano verso l’alto, e scomparivano nel soffitto.

I’m crying hard… There was blood… No one told me.“Piango disperatamente… C’era sangue… Nessuno me l’aveva detto.” Langdon girò intorno ai fasci verticali, osservandoli con attenzione.

«Opera molto stimolante» affermò l’audioguida, tornando all’improvviso. «Si intitola Installation for Bilbao, ed è stata creata dall’artista concettuale Jenny Holzer. Consiste in nove insegne LED, alte tredici metri, che trasmettono messaggi in basco, spagnolo e inglese, tutti legati agli orrori dell’AIDS e al dolore di chi è rimasto.»

Langdon doveva ammettere che l’effetto era ipnotico e in qualche modo straziante.

«Ha già visto altre opere di Jenny Holzer?»

Langdon era ipnotizzato dal testo che scorreva verso l’alto.

I bury my head… I bury your head… I bury you.“Seppellisco la testa sotto la sabbia… Seppellisco la tua testa sotto la sabbia… Seppellisco te.” «Signor Langdon?» disse la voce squillante nella sua testa. «Mi sente? Funzionano le cuffie?»

Langdon si riscosse bruscamente dai suoi pensieri. «Scusi… chi parla? Pronto?»

«Sì, pronto» rispose la voce. «Credo che ci siamo già presentati. Stavo solo verificando che lei riuscisse a sentirmi.»

«Io… mi scusi» balbettò Langdon, volgendo le spalle all’opera esposta e guardando fuori nell’atrio. «Credevo che lei fosse una registrazione! Non mi ero reso conto di essere collegato con una persona reale.» S’immaginò una grande sala con un esercito di assistenti armati di cuffie e cataloghi del museo.

«Nessun problema, signore. Sarò la sua guida personale per la serata. Le sue cuffie hanno anche un microfono incorporato. Questo programma è stato pensato come un’esperienza interattiva nella quale io e lei possiamo dialogare sull’arte.»

Langdon si accorse che anche gli altri ospiti parlavano nelle cuffie. Pure quelli che erano arrivati in coppia avevano un dispositivo a testa e si scambiavano occhiate perplesse mentre portavano avanti una conversazione privata con il loro assistente.

«Ogni ospite ha una sua guida personalizzata?»

«Sì, signore. Questa sera stiamo conducendo visite su misura per trecentodiciotto ospiti.»

«È incredibile.»

«Be’, come lei sa, Edmond Kirsch è un appassionato di arte e di tecnologia. Ha messo a punto questo sistema appositamente per i musei, nella speranza di sostituire le visite di gruppo, che detesta. In questo modo ogni visitatore può godere di un tour privato, muoversi secondo i propri tempi, porre domande che in gruppo potrebbe sentirsi imbarazzato a fare. Così è molto più intimo e coinvolgente.»

«Non vorrei sembrare antiquato, ma perché non accompagnarci di persona?»

«È una questione logistica» rispose l’uomo. «Aggiungere guide in carne e ossa a un evento nel museo raddoppierebbe il numero delle persone presenti e dimezzerebbe quello dei possibili visitatori. Inoltre, la cacofonia di tutte queste guide che parlano contemporaneamente farebbe perdere la concentrazione. L’idea è di rendere la discussione un’esperienza naturale. Uno degli obiettivi dell’arte, dice sempre il signor Kirsch, è promuovere il dialogo.»

«Sono totalmente d’accordo» rispose Langdon «ed è per questo che spesso le persone visitano i musei in compagnia di un amico o del compagno. Queste cuffie potrebbero essere considerate un tantino asociali.»

«Be’» rispose l’inglese «se qualcuno viene in compagnia si possono affidare più cuffie a una stessa guida e instaurare una discussione di gruppo. Il software è molto avanzato.»

«Lei sembra avere una risposta per tutto.»

«In effetti è proprio questo il mio compito.» La guida fece una risata imbarazzata e cambiò improvvisamente tono. «Ora, professore, se vuole attraversare l’atrio e andare verso le finestre, vedrà il dipinto più grande del museo.»

Mentre attraversava l’atrio, Langdon incrociò una bella coppia di trentenni che indossavano berretti bianchi da baseball identici. Stampato sul davanti, anziché il logo di un’azienda, c’era un simbolo sorprendente.

Era un’icona che Langdon conosceva bene, ma non l’aveva mai vista su un berretto. Negli ultimi anni, quella A molto stilizzata era diventata il simbolo universalmente riconosciuto di una fascia di popolazione sempre più numerosa e agguerrita – gli ateisti – che aveva cominciato a pronunciarsi con crescente convinzione contro quelli che considerava i pericoli della fede religiosa.

“Adesso pure gli ateisti hanno i loro berretti da baseball?”

Mentre osservava la folla di guru tecnologici intenti a socializzare intorno a lui, Langdon rifletté che la maggior parte di quelle giovani menti analitiche era probabilmente molto antireligiosa, proprio come Edmond. Il pubblico di quella sera non era esattamente quello a cui era abituato un professore di simbologia religiosa.

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