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Il professor Langdon sollevò lo sguardo verso il cane alto una quindicina di metri seduto nella piazza. Il pelo dell’animale era un tappeto vivente d’erba e fiori profumati.

“Io ce la sto mettendo tutta per trovarti bello” pensò. “Ci sto davvero provando.”

Osservò la creatura ancora per qualche istante, poi proseguì lungo una passerella sospesa e scese una larga rampa di scalini la cui superficie discontinua aveva lo scopo di costringere il visitatore ad alterare il ritmo dell’andatura. “E ci riesce benissimo” decise Langdon, rischiando di cadere per ben due volte sui gradini irregolari.

Arrivato in fondo alla scalinata, si fermò di botto, fissando l’enorme oggetto che incombeva minaccioso più avanti.

“Ora posso dire di averle viste proprio tutte.”

Davanti a lui si ergeva un ragno gigantesco, una vedova nera, le cui sottili zampe di ferro sostenevano un corpo tondeggiante a un’altezza di almeno dieci metri. Sotto l’addome del ragno era sospeso un sacco ovigero di rete metallica pieno di sfere di vetro.

«Si chiama Maman» disse una voce.

Langdon abbassò lo sguardo e vide un uomo snello in piedi sotto il ragno. Indossava uno sherwani di broccato nero e sfoggiava un paio di baffi arricciati alla Salvador Dalí al limite del ridicolo.

«Mi chiamo Fernando» proseguì l’uomo «e sono qui per darle il benvenuto al museo.» Esaminò una serie di targhette di riconoscimento posate sul tavolo davanti a lui. «Posso avere il suo nome, per favore?»

«Certamente. Robert Langdon.»

L’uomo alzò lo sguardo di scatto. «Ah, mi scusi! Non l’avevo riconosciuta, signore!»

“Faccio fatica a riconoscermi io” pensò Langdon, avanzando impacciato in frac nero con farfallino e gilet bianchi. “Sembro un Whiffenpoof.” Il classico frac di Langdon aveva quasi trent’anni e risaliva ai tempi in cui lui era membro dell’Ivy Club di Princeton ma, grazie al costante regime di nuotate quotidiane, gli andava ancora alla perfezione. Nella fretta di fare i bagagli, aveva preso il portabiti sbagliato dall’armadio, lasciando a casa lo smoking che indossava di solito in quelle occasioni.

«L’invito diceva “bianco e nero”. Spero che il frac sia adatto.»

«Il frac è un classico! Lei è elegantissimo!» L’uomo gli si avvicinò a passi svelti e gli appiccicò una targhetta con il nome sul risvolto della giacca. «È un onore conoscerla, signore» aggiunse. «Sicuramente sarà già stato da noi?»

Langdon osservò da sotto le zampe del ragno l’edificio scintillante davanti a loro. «In realtà mi vergogno a dirlo, ma non ci sono mai stato.»

«No!» L’uomo finse di cadere all’indietro. «Non è un amante dell’arte moderna?»

Langdon aveva sempre apprezzato la sfida dell’arte moderna… in particolare gli piaceva cercare di capire il motivo per cui determinate opere erano considerate dei capolavori: i quadri di Jackson Pollock realizzati con la tecnica del dripping, i barattoli di zuppa Campbell di Andy Warhol, i semplici rettangoli di colore di Mark Rothko. Detto questo, Langdon si sentiva molto più a proprio agio a discutere del simbolismo religioso di Hieronymus Bosch o delle pennellate di Francisco Goya.

«Ho gusti più classici» rispose. «Me la cavo meglio con da Vinci che con de Kooning.»

«Ma da Vinci e de Kooning sono così simili!»

Langdon sorrise, paziente. «Allora è evidente che ho parecchio da imparare su de Kooning.»

«Be’, è nel posto giusto!» L’uomo indicò con il braccio l’enorme edificio. «In questo museo troverà la miglior collezione d’arte moderna sulla terra! Spero se la goda.»

«È quello che intendo fare» rispose Langdon. «Vorrei solo sapere perché mi trovo qui.»

«Lei come tutti gli altri!» L’uomo si fece una bella risata, scuotendo la testa. «Il suo ospite è stato molto misterioso sullo scopo dell’evento di questa sera. Neppure il personale del museo sa cosa succederà. Il mistero è metà del divertimento… Girano un sacco di voci! Ci sono centinaia di ospiti dentro, molte facce famose, e nessuno ha la minima idea di cosa ci aspetti stasera!»

Langdon sorrise divertito. Poche persone al mondo avrebbero avuto la sfrontatezza di spedire degli inviti all’ultimo minuto dicendo in sostanza: “Presentati qui sabato sera. Fidati di me”. E ancora meno sarebbero riuscite a convincere centinaia di VIP a mollare tutto e a saltare su un aereo per il Nord della Spagna per partecipare all’evento.

Langdon uscì da sotto il ragno e proseguì lungo la passerella, alzando lo sguardo verso un enorme striscione rosso che sventolava sopra di lui.

UNA SERATACON EDMOND KIRSCH“A Edmond è sempre piaciuto mettersi in mostra” pensò, divertito.

Una ventina di anni prima, il giovane Eddie Kirsch era stato uno dei primi studenti di Langdon all’università di Harvard… un ragazzo con una zazzera ribelle, appassionato di computer, il cui interesse per i codici lo aveva portato a iscriversi al seminario di Langdon per gli studenti del primo anno: “Codici, cifrari e il linguaggio dei simboli”. Langdon era rimasto profondamente colpito dalla finezza intellettuale di Kirsch e, nonostante alla fine il giovane avesse abbandonato il mondo polveroso della semiotica per la promessa di un brillante futuro nel mondo dell’informatica, tra i due si era venuto a creare un legame studente-insegnante che li aveva tenuti in contatto per vent’anni, dopo che Kirsch si era laureato.

“Ormai l’allievo ha superato il maestro” pensò Langdon. “E di parecchi anni luce.”

Ora Edmond Kirsch era un miliardario noto in tutto il mondo, un guru dei computer, futurologo, inventore, un imprenditore che agiva fuori dagli schemi. A quarant’anni aveva già ideato un’incredibile quantità di tecnologie avanzate che rappresentavano un enorme balzo in avanti in diversi campi quali robotica, neuroscienze, intelligenza artificiale e nanotecnologie. E le sue accurate previsioni sulle future scoperte scientifiche avevano creato intorno a lui un’aura mistica.

Langdon sospettava che l’insolito talento di Edmond per le previsioni derivasse dalla sua vastissima conoscenza del mondo. Era sempre stato un insaziabile bibliofilo, e leggeva tutto quello che gli capitava sotto mano. Langdon non aveva mai incontrato nessuno che avesse la sua passione per i libri e la sua capacità di assimilarne il contenuto.

Negli ultimi anni Kirsch aveva vissuto principalmente in Spagna, attribuendo questa scelta al fatto di essersi innamorato del suo fascino da Vecchio Mondo, dell’architettura d’avanguardia, degli stravaganti cocktail bar e del clima perfetto.

Una volta all’anno, quando Kirsch tornava a Harvard per parlare al Media Lab dell’MIT, Langdon lo raggiungeva per pranzare in uno dei nuovi ristoranti alla moda di Boston di cui lui non conosceva neppure l’esistenza. Non parlavano mai di tecnologie: con lui Kirsch voleva discutere solo di arte.

“Tu sei il mio filo diretto con la cultura, Robert” diceva spesso Kirsch, ridendo. “Le arti sono il tuo unico amore!”

Quella frecciata scherzosa sul celibato di Langdon era particolarmente ironica, visto che a pronunciarla era uno scapolo impenitente, uno che stigmatizzava la monogamia in quanto “affronto all’evoluzione” e che nel corso degli anni era stato fotografato in compagnia di una serie infinita di top model.

Considerata la sua reputazione di innovatore nel campo delle scienze informatiche, si sarebbe potuto pensare che Kirsch fosse un asociale come lo sono tanti techno-nerd. Invece si era creato un’immagine da moderna icona pop: si muoveva a proprio agio nel mondo delle celebrità, vestiva all’ultimissima moda, ascoltava arcana musica underground e amava collezionare preziosissime opere che andavano dall’impressionismo all’arte contemporanea. Spesso Kirsch contattava Langdon per e-mail per chiedergli consiglio su nuovi pezzi che intendeva acquisire per la sua collezione.

“E poi fa l’esatto contrario” rifletté Langdon.

Circa un anno prima, Kirsch lo aveva sorpreso ponendogli delle domande non sull’arte ma su Dio, un argomento molto strano per uno che si autoproclamava ateo. Davanti a un piatto di costolette al Tiger Mama di Boston, Kirsch gli aveva chiesto lumi sui principi fondanti delle varie religioni del mondo, in particolare sulle differenti teorie della Creazione.

Langdon gli aveva fornito una panoramica completa delle diverse credenze a partire dalla storia della Genesi condivisa da ebraismo, cristianesimo e islam, fino alla storia induista di Brahma, quella babilonese di Marduk e altre.

“Toglimi una curiosità” aveva detto Langdon mentre uscivano dal ristorante. “Come mai un futurologo è tanto interessato al passato? Significa forse che il nostro famoso ateista ha finalmente trovato Dio?”

Edmond si era fatto una bella risata. “Ti piacerebbe! Sto soltanto valutando il mio avversario, Robert.”

“Tipico” aveva pensato Langdon con un sorriso, e poi aveva aggiunto: “Be’, la scienza e la religione non sono rivali, sono solo due lingue diverse che cercano di narrare la stessa storia. Al mondo c’è spazio per entrambe”.

Dopo quell’incontro, Edmond non si era più fatto sentire per quasi un anno. Poi, inaspettatamente, tre giorni prima Langdon aveva ricevuto una busta della FedEx con dentro un biglietto aereo, una prenotazione d’albergo, e un invito scritto a mano da Edmond per partecipare all’evento di quella sera. “Robert, significherebbe molto per me se tu, più di ogni altro, potessi venire. Le idee che mi hai esposto nel corso della nostra ultima conversazione hanno contribuito a rendere possibile questa serata.”

Langdon era sconcertato. Niente di quella conversazione sembrava avere la minima rilevanza per un evento organizzato da un futurologo.

La busta della FedEx conteneva anche un’immagine in bianco e nero di due persone, una di fronte all’altra. Kirsch vi aveva aggiunto un breve messaggio in rima.

Robert,quando ci vedremo viso a viso,ti svelerò il vuoto all’improvviso.EdmondLangdon aveva sorriso nel vedere l’immagine, una chiara allusione a un episodio in cui lui era stato coinvolto parecchi anni prima. Nello spazio vuoto tra i due volti compariva la sagoma di un calice, o il Santo Graal.

Ora Langdon si trovava fuori da quel museo, impaziente di scoprire cosa stesse per annunciare il suo ex studente. Una leggera brezza gli agitò le code del frac mentre avanzava lungo il vialetto di cemento che seguiva il percorso tortuoso del fiume Nervión, un tempo linfa vitale di una prospera città industriale. L’aria aveva un vago odore metallico.

Svoltata una curva del vialetto, si concesse finalmente di osservare l’enorme museo scintillante. Era impossibile cogliere la struttura nella sua interezza in un unico sguardo. I suoi occhi si spostarono avanti e indietro, soffermandosi sulle bizzarre forme allungate.

“Questo edificio non si limita a infrangere le regole” rifletté Langdon. “Le ignora del tutto. Una location perfetta per uno come Edmond.”

Il museo Guggenheim di Bilbao sembrava frutto dell’allucinazione di un alieno: una dinamica aggregazione di forme metalliche ricurve che parevano essere state addossate l’una all’altra in maniera quasi casuale. La massa caotica di volumi che si estendeva nello spazio era rivestita da più di trentamila lastre di titanio che luccicavano come scaglie di pesce e conferivano alla struttura un’aria organica e al tempo stesso extraterrestre, come se un futuristico mostro marino fosse strisciato fuori dall’acqua per prendere il sole sulla riva del fiume.

Quando il museo era stato inaugurato, nel 1997, il “New Yorker” aveva osannato il suo progettista, l’architetto Frank Gehry, per aver creato “una fantastica nave dei sogni dalla forma ondulata ammantata di titanio”, mentre altri critici sparsi per il mondo proclamavano entusiasti: “Il più grande edificio del nostro tempo!”, “Folle e geniale!”, “Una sbalorditiva prodezza architettonica!”.

Dal debutto del museo, erano state costruite decine di altri edifici “decostruzionisti”: il Disney Concert Hall a Los Angeles, il BMW Welt a Monaco e persino la nuova biblioteca dell’università in cui aveva studiato Langdon. Tutti presentavano una concezione progettuale e costruttiva decisamente non convenzionale, ma Langdon pensava che nessuno potesse competere con il Guggenheim di Bilbao in termini di potenza provocatoria.

Mentre lui si avvicinava, la superficie coperta di lastre sembrava trasformarsi di continuo, presentando un volto diverso a ogni cambio di angolazione. A un certo punto comparve l’illusione ottica più d’effetto del museo: da quella prospettiva, la colossale struttura pareva letteralmente galleggiare sull’acqua, alla deriva su un piccolo lago artificiale a sfioro che lambiva le pareti esterne dell’edificio.

Langdon si fermò un momento a osservare meravigliato quella suggestione, quindi si accinse ad attraversare il lago tramite il ponte minimalista che descriveva un arco sopra la distesa d’acqua immobile. Era arrivato solo a metà quando un violento sibilo, proveniente da sotto i suoi piedi, lo fece trasalire. Si fermò di colpo, un attimo prima che grandi volute di vapore cominciassero a gonfiarsi da sotto la passerella. La spessa coltre di nebbia si levò tutto attorno a lui, poi si riversò sul lago, rotolando verso il museo e avvolgendo l’intera base della struttura.

“La Fog Sculpture” pensò Langdon.

Aveva letto di quell’opera dell’artista giapponese Fujiko Nakaya. La “scultura di nebbia” era rivoluzionaria in quanto utilizzava come mezzo espressivo l’aria resa visibile, un muro di nebbia che si materializzava e col tempo si disperdeva; e poiché il vento e le condizioni atmosferiche mutavano da un giorno all’altro, la scultura era diversa ogni volta che compariva.

Il sibilo cessò e Langdon vide il muro di nebbia posarsi silenzioso sul lago, ora strisciando ora rotolando, quasi mosso da una volontà propria. L’effetto era al tempo stesso fantastico e sconcertante. Ora il museo pareva librarsi sull’acqua, come appoggiato su una nuvola… una nave fantasma alla deriva.

Proprio quando Langdon stava per incamminarsi di nuovo, la superficie tranquilla dell’acqua fu scossa da una serie di piccole eruzioni. All’improvviso cinque colonne fiammeggianti si alzarono verso il cielo, accompagnate da un rombo simile a quello del motore di un razzo, squarciando l’aria densa di nebbia e proiettando lampi di luce sulle piastre di titanio del museo.

Langdon propendeva più per l’architettura classica di musei tipo il Louvre o il Prado ma, mentre osservava la nebbia e le fiamme sopra il lago, non avrebbe saputo pensare a un luogo più adatto di quel museo ultramoderno per ospitare un evento organizzato da un uomo che amava l’arte e l’innovazione, e che riusciva a guardare nel futuro con tanta lucidità.

Avanzando attraverso la nebbia, Langdon proseguì verso l’ingresso del museo, un inquietante buco nero nella struttura serpeggiante. Avvicinandosi alla soglia, ebbe la sgradevole sensazione di entrare nella bocca di un drago.

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